Cristian

Christian Costantini

Questo racconto è tratto da Settenotti: Spooky Season. Il racconto nasce dall’avventura di SottoCopertaStudio al Palermo Comics (si chiama così?) Dove la terrazza del nostro appartamento si affacciava su un edificio con strane finestre scure senza balconi nel quale si sentivano provenire dei suoni strani. Situazione che ha scaturito storie e scherzi con vittima la nostra Jess. Inoltre molto forte in quel periodo è stata la presenza e la capacità curativa della mia cagnolina, che ho voluto aggiungere come elemento salvifico in un’ ipotetica situazione creepy.

Quella casa senza balconi

Si fermò a guardare la sua mano intenta a stringere. Intorno era solo buio e la porta che conduceva alla luce si stava chiudendo. 

Luca uscì dall’auto guardando la sua casa nuova, in quel paesino che non conosceva. Era una mattina di primavera che portava ancora i tratti dell’Inverno, soprattutto quando spirava il vento. Un vento che riusciva ancora a raffreddare la schiena, un vento che non poteva essere contrastato da quel timido sole mattiniero. Luca cercò di non maledire la sua azienda per averlo mandato lì, in una piccola fabbrica appena assorbita per “accrescere e migliorare” il nuovo processo produttivo, così gli avevano detto. “Solo sei mesi …” pensò sospirando. Intanto, un piccolo abbaio proveniente dall’interno dell’auto lo distolse dai suoi pensieri. Si girò e un secondo e rapido abbaio, quasi fosse più gioioso del precedente, dipinse un leggero sorriso sul volto del ragazzo dagli occhi fin troppo chiari.
“Arrivo arrivo” informò, prima di aprire la porta ad una cagnolina che gli si buttò tra le braccia. “Lelli, se non ci fossi te …” disse allegramente proseguendo, “… siamo arrivati. Speriamo non sia un brutto paesino”. Si girò e si incamminò per il vialetto, permettendosi di assaporare quei teneri raggi di sole e il profumo dei primi fiori. Poi, il vento serpeggiò alle sue spalle. Il ragazzo si girò come se si fosse sentito sfiorato da qualcosa di più “solido”. La notò solo in quel momento. Una casa senza balconi si affacciava dall’altra parte della strada. Per un istante ebbe il pensiero che qualcuno lo stesse guardando, studiando, assaporando. Era da sciocchi pensò, ma non riusciva a distogliere lo sguardo da una finestra, per lui, fin troppo buia. Credette di intravedere qualcosa all’interno, in quell’ oscurità, ma nel profondo sperava di non riuscire a farlo. Si costrinse a guardare avanti, incamminandosi verso la porta della sua nuova casa. Ma una sensazione che non avrebbe voluto provare iniziò ad insinuarsi in lui.

Luca si spostava nelle stanze con i vari pacchi dei suoi oggetti e vestiti. Le tonalità grigie delle pareti davano un’aria di modernità ad una costruzione decisamente più vecchia. Ci sarebbe voluto tempo per chiamarla casa, pensò. O probabilmente, non sarebbe mai successo. Persino l’odore di quelle stanze lo trovava decisamente distante dai suoi gusti, quasi come se oltre all’arredamento anche i profumi si fossero fermati a vent’anni prima. Il cellulare squillò. Si mosse meccanicamente per raggiungerlo. Guardò l’apparecchio. Numero sconosciuto. Luca non sapeva se rispondere. Intanto il suono del telefono rimbombava tra i corridoi.

Alla fine premette quella cornetta. Silenzio. Poi, una voce, andava e veniva, sembrava femminile. “Pronto! non capisco” disse Luca.  << pzzz….arrivato… ppzzz … sono io… Ppzzz…>>,  risata spezzata e la telefonata cadde.

 “Ma che diavolo!?” pensò il ragazzo spostandosi in camera da letto. Si sedette un attimo sul materasso e Lelli gli si mise accanto con una pallina in bocca. Il telefono suonò ancora. Stesso numero, sconosciuto. “OK” si disse nella mente e rispose anche stavolta.

“Ciao Fratellino – sei arrivato? – lo so, lo so- nuovo numero – salvatelo”. Fu una mitragliata di parole detta con un solo respiro. “Ciao Clara tutto bene, sto sistemando gli ultimi pacchi. Lunedì sarò già operativo”. Rispose il giovane meccanicamente. “E Lelli? Si è ambientata?”. Un mugugno di assenso bastò per risponderle, mentre dall’altra parte del telefono la donna continuava il suo monologo.

“Stasera esci e vedi com’è il nuovo paesino e conosci qualcuno, così almeno non fai il vecchio triste, capito!?” “Dai Clara …” riuscì solo a dire Luca prima di venire interrotto. “Promettilo! Avanti promettimelo, guarda che continuo a chiamarti!”.

“Ok lo prometto. Esco. Il tempo di bere una cosa”.

“Bravo il mio fratellino. Ora ti lascio che le bimbe chiamano. Dai che piano piano tutto migliora”.

“Grazie”. Riuscì a dire Luca appena prima di ricevere un saluto, con una cornetta sbrigativamente riagganciata. Il ragazzo sbuffò e si girò a guardare la sua cagnolina. Lelli rispose con i suoi teneri occhi, muovendo la pallina con il muso verso la mano del suo padrone. Lui sorrise e si avvicinò per baciarla sulla fronte. In quell’istante l’odore del pelo del suo cane gli impregnò le narici e a fil di voce pronunciò “casa”, mentre Luca osservava la foto incorniciata di un uomo che, indifferente, sbucava da uno scatolone.

 Quella sera Luca decise di girare per quel paesino e notò come ci fosse poco da fare. “Ma almeno è tranquillo, per portare a spasso Lelli” constatò. A parte qualche pub, frequentato probabilmente dalle solite persone e qualche datata giocheria per i ragazzini, aveva poco da offrire. “Sicuramente quando avrò conosciuto qualcuno al lavoro sarà più piacevole” pensò. Per curiosità si decise ad entrare in un pub e appena lo fece ebbe gli occhi puntati addosso. Se lo era immaginato. Si sedette al bancone e la barista lo raggiunse poco dopo.
“Hei straniero, che ti porto?”  domandò lei col tono meno originale possibile.
“Una birra, scegli te, mi fido” rispose il ragazzo, pensando che un cocktail sarebbe stato troppo complicato e “rischioso”. Si guardò attorno ed effettivamente aveva ragione. Gli uomini in quel posto non promettevano profonde argomentazioni. “Peccato” disse a fil di voce, ammettendo che due o tre ci sarebbe finito volentieri a letto, se loro non avessero mai aperto bocca, chiaramente. La birra la finì velocemente, era stanco e aveva voglia di andarsene a letto. Si alzò per pagare e se ne uscì, dopo aver dato un profondo sguardo al fondoschiena di quello che aveva tutta l’aria di essere un uomo che lavorava con le mani. Fu così assorto nei suoi pensieri che non prestò attenzione agli sguardi, alcuni rapidi e altri fissi, che lo stavano giudicando in maniera sommaria fino alla sua uscita. Per poi dimenticarsi di lui al primo sorso di birra. 

Procedendo verso casa, la sua ombra si stagliava lunga, prima dietro e poi davanti, in base alla luce dei lampioni. Una sorta di guardiano che gli girava intorno per scorgere qualche minaccia, ma per sfortuna del ragazzo le ombre non parlano. Ritrovò la via per casa facilmente. Era sempre stato bravo ad orientarsi, a scegliere la strada “giusta”, e si ritrovò in poco tempo alla soglia della via della sua abitazione. Era in procinto di avvicinarsi al cancelletto, quando i lampioni si spensero all’istante. Si ritrovò al buio. Istintivamente trattenne il respiro e non mosse un muscolo. C’era qualcosa, ne era certo, che lo stava braccando. Una sensazione oltre ogni razionalità. Attorno era tutto tremendamente buio. Né una luce di una casa, né una stella. Tutto perso in un ansiogeno oblio. E poi, una luce distante. Luca la vide, una lampada probabilmente, posta vicino ad una finestra. Cercò di analizzare quella luce, che non aveva nulla di accogliente, era come l’antenna luminosa di un pesce degli abissi. Alzò lo sguardo e capì. Era quella casa senza balconi.
I muscoli gli si intorpidirono. Era fermo, bloccato. Non riusciva a girarsi per allontanarsi, e diamine se voleva farlo. E poi, la luce si spense. Qualcosa si era avvicinato alla finestra. Ne era certo, lo stava tremendamente guardando. Poi, un rumore di stoviglie, come coltello e forchetta che strisciano su un piatto. Un piatto per ora vuoto, ma che non sarebbe stato così per molto. Luca era fissato a guardare quella casa, così stranamente nitida ora e ad un tratto, la porta si aprì. E nella mente di Luca si formò l’idea, potente e stressante, che quello fosse un invito. Per lui e solo. Voleva piangere, perché aveva già fatto un passo verso quella destinazione. Come in un incubo al contrario, questa volta l’oggetto del desiderio sarebbe stato raggiunto in una camminata macabra, maledicendo ogni singolo altro passo. Poi, alle spalle, un abbaio. “Lelli” urlò Luca nel silenzio.

Si risvegliò con alle spalle la porta d’entrata di casa sua. Lelli dormiva al suo fianco. Era frastornato con una sensazione di pericolo che gli aleggiava attorno. Non si ricordava come avesse raggiunto casa e perché si trovasse seduto lì. Fece mente locale ma ricordava di aver bevuto solo una birra. “Non è che l’hanno drogata?” pensò cercando un’escamotage razionale per spiegare tutto. Era decisamente a pezzi, ma si guardò al fianco e, senza capire come, si fece cullare da una sensazione di tenerezza e gratitudine per quella cucciola che lo amava così tanto. Che da quando era entrata nella sua vita, gli aveva aperto una porta verso la speranza.

I primi giorni di lavoro furono totalmente assorbenti e massacranti. Bisognava essere sempre “pronti e scattanti” dicevano i capireparto. Da parte sua, Luca rispondeva a queste aspettative. D’altronde era lì per quello, anche se il suo modo di fare lo avrebbe portato ad avere delle antipatie. Invece il personale rispondeva bene alla sua presenza. Qualcuno aveva anche cominciato ad invitarlo ad uscire assieme alla gente della fabbrica. Fu proprio una sera di bevute, dopo un giro offerto da lui, che per curiosità aveva provato a sondare il terreno. Voleva capire se ci fossero “militanti” della sua “fazione”, come diceva scherzando. Ma in quel paesino non ci sembrava traccia di nessun uomo interessato ad altri uomini. Come se ci fosse un maleficio che li facesse sparire o che se li mangiasse. Ma Luca smise dopo il primo sorso di birra quel gioco. Se ne rese conto, non gli importava così tanto incontrare qualcuno, o meglio, voleva una pausa. Dopo la morte di Walter non poteva permettersi di soffrire ancora per amore. Voleva estremamente una pausa perché il ricordo di loro due tornava prepotente e portava con sé un dolore che non riusciva ad affrontare. Per fortuna era arrivato questo nuovo lavoro, ma soprattutto era arrivata Lelli. Il primo sorriso dopo molta tristezza. Quel cane aveva occupato un vuoto, ma non solo, aveva creato una nuova opportunità. Quella di voler continuare a vivere, non a sopravvivere. Con la sua sola presenza, e il suo amore, aveva permesso un inizio curativo: la ferita si stava cicatrizzando.

Stava andando tutto bene. Poi quella mattina accadde. Luca si era alzato contento e come per incanto quella mattina sembrava fatta apposta per lui. Se ne uscì in giardino con il caffè tra le mani e Lelli al suo fianco. Il sole regalava finalmente il tepore che dovrebbe dare un giorno di Primavera. Si sedette sotto un alberello mentre la cagnolina gironzolava cercando allegramente chissà che cosa. E poco dopo in quel punto Luca si assopì. Si risvegliò sbadigliando rumorosamente e stiracchiandosi. Cercò con lo sguardo Lelli. Non la trovò. La chiamò. Ma stranamente non rispose. Per sbaglio alzò lo sguardo, per vedere oltre il cancelletto. E la vide. La cagnolina era seduta sulla soglia della casa senza balconi. Luca sbarrò gli occhi e il vento gelido tornò ad agguantargli le caviglie, i polsi, la gola. Il ragazzo iniziò chiamare il nome del suo cane. Prima bisbigliando e poi, senza accorgersene, urlando disperato. Un istante dopo la porta della casa cominciò ad aprirsi. Luca non seppe come, ma si ritrovò ansimante ai limiti del vialetto di quella casa. Probabilmente aveva fatto uno scatto, ma non se ne era reso conto. La cagnolina si era girata a guardarlo. Luca urlava “Lelli, Lelli, Lelli” e poi vide qualcosa, muoversi dietro la soglia. Il ragazzo scattò e si gettò sulla cagnolina con le braccia aperte. Era in ginocchio quando alzò lo sguardo. E lì, lo guardò negli occhi. Luca era fossilizzato. In quell’istante capì di essere desiderato, estremamente, con un’intensità superiore all’umana possibilità. Ne fu travolto. E cominciò a maledire sé stesso perché voleva ricambiare quel desiderio. Lelli abbaiò tre volte. Luca abbassò lo sguardo e ricevette una leccata del suo cane. Allora chiuse gli occhi, abbracciandola e sperò.

 Si ritrovò sdraiato sul marciapiede. Con Lelli che gli leccava una mano e un gruppo di persone attorno. “Ti hanno trovato svenuto dopo averti sentito chiamare il cane” dicevano, “stai giù che forse hai preso una botta scivolando” continuavano …

 I giorni successivi Luca non riuscì a concentrarsi al lavoro. Davanti ai collaboratori dava colpa alle settimane troppo cariche. Ma lui sapeva il perché. Stava crescendo un desiderio. All’inizio pensava fosse curiosità, ma piano piano arrivò una consapevolezza. Quella che lui voleva toccare quella figura al di là della soglia. Ne era al contempo spaventato e attratto. Come quando da giovane per la prima volta si ritrovò davanti un locale a luci rosse col desiderio e la repulsione di entrare. Un pendolo tra il senso di fare qualcosa di sbagliato e la necessità di fare una scelta di estrema libertà. E come quella volta probabilmente la risposta sarebbe giunta solo il giorno dopo e solo dopo aver varcato una porta.

Arrivò il sabato. Il giorno a casa dal lavoro. Voleva distogliere i pensieri facendo qualsiasi attività. Provò a pulire, a fare da mangiare, a guardare una serie infinita di video. Inutilmente. Stava crescendo un’ossessione. Luca trattenne il respiro e scattò uscendo di casa. Lelli lo seguì. Camminava veloce e mentre si avvicinava, la porta della casa senza balconi si apriva per accoglierlo. Il ragazzo si buttò in quell’ oscurità. Ora, si trovava dentro, assieme con quella figura. Allungò la mano ed ebbe la sensazione di toccarne un’altra. Era al contempo la mano di Walter e la mano di uno sconosciuto. Era perfezione e distruzione. C’era qualcosa in quella figura capace di insinuarsi in una ferita non cicatrizzata del tutto, e lì far vivere sé. Tutto ciò regalava un senso di completezza ma di disgregazione, di esaltazione ma di caduta, di felicità ma anche di tormento. Luca era come imprigionato e libero allo stesso tempo. Tutto il suo corpo vibrava e iniziò a piangere, ma non capiva se per tristezza o gioia, paura o commozione. Fuori intanto, sotto i raggi del sole, Lelli lo chiamava e non smetteva di abbaiare. Avrebbe aspettato il suo padrone fino a quando non fosse uscito da lì per tornare da lei. Luca guardò la sua mano intenta a stringere quella della figura. Intorno il buio si faceva sempre più scuro e la porta che portava alla luce si stava chiudendo. Doveva fare una scelta, non si sarebbe più aperta quella porta, né in una direzione, né nell’altra. Luca chiuse gli occhi.
E Intanto Lelli abbaiava e abbaiava … e abbaiava … e abbaiava … e abbaiava.

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