Jessica

Jessica Capraro

Questo racconto è tratto da Settenotti: Spooky Season. Il tema “spooky” mi aveva messa davanti all’ imbarazzo della scelta, ma poi mi sono tornate in mente le famose “catene di Sant’Antonio” di stampo inquietante che circolavano nei primi anni 2000. Da lì ho pensato di fare un collegamento con gli yokai giapponesi, e quindi ho scelto di ispirarmi ad una leggenda inerente a una scuola maledetta. Il mondo onirico è affascinante, ma anche inquietante: e se l’orrore ci seguisse nella realtà, senza più poterci svegliare da un incubo?

In-Sogne

– Avanti, racconta! – esclamò Sofia, ridacchiando mentre si attorcigliava una bionda treccina intorno all’indice.

Gaia, alta e magra, era raggomitolata sotto una coperta di pile beige, i ricci color miele le ricadevano davanti agli occhi. Scosse la testa, facendosi più minuta sotto gli sguardi delle sue amichette.

– Mioddio, Ga’ abbiamo tredici anni! Non puoi avere paura di una storia! – chiosò Giulia, applicando uno sticker floreale sulle unghie laccate di verde.

Sofia si alzò dal letto e si avvicinò al sacco a pelo di Gaia, tirando via la coperta beige.

– E poi è il mio pigiama party di compleanno, sono la festeggiata e se ti dico di fare una cosa, la fai! – incalzò la ragazzina, scuotendo la testa di modo che le treccine si muovessero in modo vistoso.

Ne andava evidentemente fiera, oltre a ritenerle davvero molto cool.

Gaia fece per riprendersi la coperta, ma per riuscirci fu costretta ad alzarsi in piedi, calciando involontariamente alcuni flaconi contenenti creme per il viso, tinte semi permanenti e cerotti anti punti neri.

– E su, racconta questa storia. Tanto non farà nemmeno paura!- ridacchiò Giulia, sedendosi sul letto, accanto a Sofia.

In quel momento, sul volto di Gaia sembrò prevalere un moto di stizza.

– D’accordo, ma poi non venitemi a dire che non vi avevo avvisate! –

“Keiichi non sapeva perché, ma si era ritrovato nel mezzo di un lungo corridoio.

Era buio, ma guardando bene si era reso conto che c’erano degli armadietti, quindi doveva trattarsi di una scuola. Si era avvicinato alle finestre, ma non era riuscito ad aprirle. Allora aveva cercato di aprire le porte che davano verso l’esterno, ma anche quelle erano rimaste perfettamente immobili.

Cercando di mantenere la calma, Keiichi prese a camminare lungo il corridoio, convinto che da qualche parte avrebbe trovato un’uscita, ma a quel punto si era accorto di una cosa molto strana.

Ogni volta che camminava, sentiva dei passi dietro di lui.

Spaventato, si era fermato, e il suono era cessato.

Attese qualche momento, avvolto nel silenzio, poi decise di provare a fare un passo.

E dietro di lui, qualcuno aveva fatto lo stesso.

A quel punto, il ragazzo cominciò a correre a perdifiato, attraversando parecchi corridoi nel buio che diventava sempre più intenso. Anche la scuola sembrava cambiare: tutto era diventato più confusionario, come se si trattasse di un labirinto.

Keiichi urlò più volte invocando aiuto, ma nessuno gli rispondeva.

Nessuno, tranne i passi alle sue spalle.

Ad un tratto, notando un cartellone appeso al muro, si rese conto che era già passato in quel punto, anche se lui era sicuro di aver corso sempre in linea retta. Cercò altre strade alternative, ma non c’erano: ogni volta si ritrovava in quello stesso corridoio.

Preso dal panico, lui decise di provare ad aprire ogni porta, senza successo. Poi, una si aprì davanti a lui: l’aula di Economia Domestica.

Uno strano odore di marcio pervadeva l’aria.

Corse, puntando dritto alla porta che stava dall’altro lato della stanza, ma quando la aprì si trovò in un nuovo corridoio. Percorse anche quello, affaticato, e incrociò delle scale. Le salì, con il fiato corto, ma anziché trovarsi davanti il secondo piano si ritrovò nell’aula di Musica.

Fece appena in tempo a rendersene conto che una melodia assordante inondò l’aula, anche se non c’era nessuno che potesse suonare gli strumenti, anche se persino i tasti del pianoforte erano immobili. Keiichi si tappò le orecchie, sentendo il battito del suo cuore sovrastare la musica invisibile, e imboccò un’altra porta.

Stavolta, si ritrovò nel corridoio del secondo piano e quando tolse le mani dalle orecchie, notò che i passi dietro di lui sembravano essere spariti.

Sollevato, il ragazzo si mise a camminare, ritrovandosi davanti la porta dell’uscita d’emergenza. Cercò di aprirla, ma era chiusa a chiave.

Si voltò, chiedendosi come poteva fare, e si rese conto che ora si trovava nel bagno dei ragazzi. Confuso, si guardò intorno, notando un armadietto rosso d’emergenza che, ne era sicuro, un attimo prima non c’era. Attraverso il vetro, Keiichi intravide una chiave di metallo.

Fece per avvicinarsi, ma all’improvviso udì un ticchettio fortissimo e notò, proprio sopra di lui, un gigantesco orologio a pendolo, tutto fatto di legno. Tornò a guardare l’armadietto rosso, ma il vetro era rotto e la chiave non c’era più.

Decise di uscire dal bagno, ritrovandosi in un altro corridoio, ma di nuovo poteva sentire dei passi alle sue spalle.

Keiichi corse ancora e ancora, fino a quando notò l’aula 108.

Disperato, ci entrò e chiuse la porta a chiave.

Guardandosi attorno, vide che su tutti i banchi c’erano zaini o quaderni aperti, come se gli studenti non se ne fossero andati.

Fu in quel momento che lo sentì.

Qualcuno stava bussando alla porta da cui era appena entrato.

Non c’erano altre vie d’uscita.

Il ragazzo si nascose in un angolo dell’aula, disperato. Rimase lì a lungo, fino a quando i battiti dietro la porta cessarono di colpo.

Raccogliendo tutto il suo coraggio, il ragazzo si avvicinò alla porta, deciso a scoprire se il corridoio era sgombro, ma quando la aprì si ritrovò davanti l’orrore.

A terra c’era tantissimo sangue e pezzi di corpi umani. Davanti a lui danzavano ragazzi e ragazze della sua età, tutti con le braccia recise dai loro torsi, ad alcuni mancava persino la testa. La melodia che aveva sentito prima riprese, assordandolo e impedendogli di udire il suo stesso urlo.

Keiichi rimase per sempre bloccato nel suo sogno, e lo stesso toccherà a chi sognerà la stessa scuola.”

Gaia tacque, osservando le due amiche che erano rimaste tutto il tempo in silenzio ad ascoltarla.

Poi, Giulia e Sofia scoppiarono a ridere.

– Te l’avevo detto, ahahah! E questa storia dovrebbe fare paura?! – la risata di Giulia riprese più sguaiata che mai.

– Già, ahahah! E poi non ha nemmeno senso! Come si fa a sognare la stessa scuola?! – si accodò Sofia.

Imbarazzata, e anche un po’ offesa, Gaia si infilò le pantofole.

– Vado in bagno! –

La ragazza aprì la porta e uscì come un fulmine, sguardo a terra, poi d’improvviso si rese conto che non stava camminando sul solito parquet del corridoio. Andava così spesso a casa di Sofia che ormai conosceva quel luogo come le sue tasche, quindi avrebbe giurato che quell’imitazione di marmo color cipria…

Gaia alzò la testa, osservando davanti a sé la camera di Sofia.

– Ma…? – la voce si spense nella sua gola, mentre un brivido gelido le risaliva lungo la spina dorsale.

La festeggiata stava ancora ridendo, tanto che le treccine bionde vibravano sulle sue spalle. Eppure, c’era qualcosa di agghiacciante nei movimenti del suo corpo, nel suo tenere lo sguardo vacuo ma fisso verso il soffitto. Sembrava una bambola meccanica con qualche principio di malfunzionamento. Giulia si era alzata dal letto, inquietata, fissando a sua volta Sofia.

– Ehi Sof, c-che ti succede? – le chiese, tentando inutilmente di mantenere un tono di voce neutro.

Con la storia che le rimbombava nella testa, Gaia si voltò, dirigendosi verso la finestra.

Le sue mani tremanti raggiunsero la maniglia, ma questa sembrava irremovibile. Allora tirò con forza, cercando di fare leva con tutto il suo peso, fino a quando si udì un sonoro scrocchio. Con il respiro sempre più corto, Gaia osservò la maniglia staccata, stretta tra le sue dita.

La buttò a terra e infilò le unghie sotto le ante, cercando di aprirle.

– Dai! Dai! – gemette, mentre le lacrime traboccavano dagli occhi, appannandole la vista.

– Come si fa a sognare la stessa scuola? – ripeté Sofia, con la stessa identica intonazione di prima.

Gaia si premette le mani sulle orecchie e si accucciò nell’angolo, scivolando con la schiena lungo il muro, senza mai staccare gli occhi dalla festeggiata.

Dal canto suo, Giulia ebbe come un fremito e si slanciò verso la porta chiusa, ma poco prima che afferrasse la maniglia…

TOC-TOC

Qualcuno stava bussando.

La risata di Sofia si era trasformata in un lieve risolino. Giulia sembrava sul punto di voler parlare o fare qualcosa, ma rimase come congelata davanti alla porta.

TOC-TOC-TOC-TOC

La ragazzina fece un passo indietro.

– Giulia, ti prego, non aprire…ti prego! – piagnucolò Gaia, non riuscendo più a trattenere i singhiozzi.

TIC-BAM-BAM-BAM-TIC-BAM-BAM

Sembrava che qualcuno volesse sfondare la porta, mentre un’altra persona vi stesse semplicemente tamburellando sopra.

– Io non ci credo! Non è possibile, è tutto un sogno! Un incubo! – urlò Giulia con voce isterica.

– Come si fa a sognare la stessa scuola? – ripeté Sofia.

Stavolta, la ragazzina inclinò il capo verso destra, fissando Gaia.

– Per diffondere la maledizione, basta leggerla e ricordarla!
AHAHAHAH! LEGGERLA E RICORDARLA! –

Sofia urlava a squarciagola, saltando sul letto come una bambina felice.

Per Giulia fu troppo: afferrò la maniglia ed aprì di scatto la
porta.

Gaia gridò, nascondendo il viso dietro le ginocchia.

Qualcosa avanzò dal corridoio.

Un suono umido.

PER DIFFONDERE LA MALEDIZIONE, BASTA LEGGERLA E RICORDARLA!

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