Marco

Marco Maiorano

Questo racconto è tratto da Settenotti: Spooky Season. L’ispirazione è partita tutta da una vecchia canzone di un gruppo pop italiano molto famoso negli anni ’90. Già dal titolo potete provare a indovinare quale sia. Se proprio non l’avete intuito, guardatevi questo video. Il mio stile è molto citazionista e in questo caso le citazioni sono tutte per quel gruppo musicale e le loro canzoni. Che begli anni che erano… (si, sono vecchio).

Nella Notte

Le luci dell’auto brillavano nel buio, distinguendosi nitidamente anche in quel groviglio di erbacce, rovi e alberi secchi che costeggiavano la stretta strada asfaltata che si avventurava nel folto della campagna. Erano più di due ore che Max seguiva quell’auto, lasciando la sua a luci spente in modo da non essere notato dalla conducente che stava pedinando. L’elettrica nera che guidava nella notte, schivando muretti a secco e radici, era molto più silenziosa rispetto alle altre, ottima per quel tipo di attività, ma decisamente più difficile e lenta da rifornire. La batteria sul display era diventata rossa e Max vedeva la percentuale di carica scendere ogni minuto di più, abbastanza da fargli temere di lasciarlo lì, in mezzo al nulla.

L’auto davanti frenò leggermente poi, come se l’avesse notato, accelerò d’improvviso, continuando la sua corsa lungo la strada. Max, colto alla sprovvista, accelerò a sua volta per non perderla, dovendo accendere le luci per evitare di sbandare nelle curve improvvise e finire nelle piccole scarpate che costeggiavano la strada collinare. Più correvano lungo l’asfalto, più questo si faceva irregolare, pieno di buche, mal tenuto e invaso dalle sterpaglie. Ma l’auto che seguiva era come se fosse su un’autostrada, quasi come se per lei la strada fosse un’altra. Max non riusciva a spiegarsi come una berlina nera potesse muoversi in quel modo su quel terreno sul quale l’asfalto era ormai un ricordo.

Deciso a non mollare premette ancora più forte sull’acceleratore, schivando una buca nella strada sterrata, ma investendo in pieno la fronda di un albero basso che invadeva il sentiero. Dopo che si lasciò alle spalle quel mucchio di foglie, vide le luci della berlina nera allontanarsi ancora di più, aumentando la distanza che li separava. Preso dalla foga di non perdere quell’occasione, pigiò ancora più forte il pedale, ma non fece in tempo a schivare un’altra buca, prendendola in pieno. L’auto sbandò, sfondò la staccionata sulla destra e imboccò una scarpata. Max cercò invano di frenare e riprendere il controllo dell’auto, ma quella capitolò senza freni, sbattendo su rocce, tronchi e sterpaglia. Max dal canto suo, perse i sensi per la paura già dopo la prima giravolta.

Non c’era luna in quella notte e anche la luce delle stelle era oscurata da una fittissima nube che contribuiva a rendere tutto più cupo. L’auto elettrica, ormai ridotta in rottami, giaceva di lato ai piedi del pendio dal quale era precipitata. Quando Max rinvenne, qualche momento dopo, si stupì di essere ancora intatto. Né una ferita, né un graffio… nulla. Con il cuore che batteva a mille e ancora sorpreso dalle sue condizioni, si tirò fuori dall’abitacolo passando dal finestrino distrutto, stando attendo a non strappare il giubbotto da motociclista che indossava. Recuperare qualcosa dall’auto era impossibile: Tutto a parte il sedile del guidatore sembrava una lattina schiacciata. Un lieve senso di disperazione si fece largo nella sua mente, ripensando all’investimento fatto per acquistarla, ma si dileguò in fretta quando si disse che in fondo, il fatto che fosse vivo dopo quella caduta, valeva ogni centesimo speso.

L’umidità della notte lo avvolgeva, fino a entrargli nelle ossa abbastanza da farlo rabbrividire. L’aria sembrava minacciare pioggia e lui era da solo, avvolto nell’oscurità, in mezzo al nulla. Si incamminò scegliendo una direzione a caso, sperando che l’arrivo dell’alba potesse dargli un po’ di sollievo: rimanere fermo accanto a quei rottami non gli sembrava una buona idea. Spaventato e infreddolito, si rassicurò sapendo che se fosse stato aggredito da qualcosa, c’era sempre la sua fidata pistola nella fondina a proteggerlo.

Camminò nel buio, per un tempo che gli sembrò interminabile, inciampando e stando attento a non prendere storte, finché, strizzando gli occhi, non intravide una luce brillare in lontananza. Un barlume di speranza gli si accese dentro: magari quella luce era una casa, magari era qualcuno a cui avrebbe potuto chiedere aiuto. Normalmente, altri nella sua situazione si sarebbero lasciati prendere dal panico, ma Max era abituato a scenari di quel tipo. Pedinare e raccogliere informazioni era il suo lavoro. Ma quella volta era diverso. La donna che inseguiva era connessa a tre omicidi sospetti, tra cui suo fratello, ma era stata esclusa dalle indagini da ognuno di essi per la non sussistenza di prove. Sapeva che era stata lei, ne aveva la certezza. L’aveva vista scappare poco prima di trovare il cadavere di Mauro, ma questo agli inquirenti non era bastato.

La luce pian piano si ingrandì e, quando la raggiunse, prese i contorni di una grande e vecchia struttura a tre piani. Il portico era illuminato bene, pervadendo completamente il vialetto fino ad arrivare all’insegna in legno nella semioscurità: “Dream Motel” era il nome del posto. Accelerò il passo, cercando nella mente le parole con cui spiegare ciò che gli era successo, ma si fermò di colpo quando riconobbe la berlina nera che stava inseguendo parcheggiata proprio accanto all’insegna. Cautamente decise di sbloccare la fondina e far scattare la sicura della pistola, lasciandola comunque al suo posto. Se ne avesse avuto bisogno, gli sarebbe bastato un attimo per estrarla e fare fuoco.

Entrò nella hall del Dream Motel, notando come l’eleganza e la bellezza dell’interno facessero a pugni con il degrado dell’esterno. L’ampio atrio era deserto con qualche poltrona rossa e un banco in legno molto elegante. La pavimentazione che alternava a scacchiera il marmo nero e quello bianco luccicava sotto le lampadine a led che emanavo una luce fredda, quasi glaciale. Camminò verso il bancone guardandosi intorno e quasi gli venne un colpo quando una figura imponente apparve dietro la struttura di legno, sbucando fuori dal buio che regnava nella porta aperta alle sue spalle. Alto, magro e con le spalle larghe, l’uomo vestito di nero aggirò velocemente il bancone, più velocemente di quanto fosse possibile, e si avvicinò a Max, cogliendolo impreparato. La sua mano destra scatto d’istinto verso la pistola, ma si fermò. «Nella stanza 106 l’attendono» gli sussurrò l’uomo all’orecchio. Max rimase inebetito con lo sguardo pieno di domande, ma si frenò dal farne anche soltanto una: il suo istinto gli diceva di non replicare, come se non ce ne fosse bisogno, come se fosse la normale consuetudine. Ma forse era solo paura. Così si limitò ad annuire e iniziò a salire le scale.

Giunto al primo piano cercò la stanza 106. Le stanze non sembravano seguire una normale numerazione e si passava dal 61 alla 1000, dalla 6 alla 1995, seguita dalla 883. Il corridoio, interminabile, girava a destra, continuando. Quando finalmente Max vide la 106 in lontananza, sulla sinistra, ci si avvicinò cautamente, con la mano destra sempre sulla pistola. Nonostante il corridoio fosse completamente illuminato, la stanza era buia. Max non riusciva a dire se quella sensazione che provava fosse inquietudine, ma ad ogni passo veniva sostituita da qualcosa di diverso: più si avvicinava alla 106, più sentiva l’istinto prendere il sopravvento, rimpiazzando la ragione. Arrivato vicino alla 106, Max si fermò un attimo per sbirciare nella porta socchiusa della stanza accanto notando, dal filo di luce che entrava, un paio di scarpe sul pavimento molto simili a quelle che indossava Mauro la sera in cui lo aveva trovato riverso nel sangue. Anche gli abiti sparsi sul pavimento sembravano i suoi.

Se ci avesse riflettuto avrebbe estratto la pistola e sarebbe entrato in quella porta, ma l’istinto ormai lo aveva soggiogato, così decise di ignorare quella camera per giungere finalmente all’uscio della 106, socchiusa e immersa nell’oscurità.

Una voce suadente lo chiamava, gemendo allegra. Un paio di gambe nude, esili, si mossero nella penombra verso di lui e una biondina aggraziata gli piombò addosso scoccandogli un bacio. Max, seppur preso alla sprovvista, fu istantaneamente avvolto dal desiderio, troppo eccitato per dar peso a quelle domande che gli aleggiavano nei meandri più lontani del cervello. La bionda lo prese per il giubbotto e lo sbatté sul letto. Era nuda, bassa e gracile, ma sembrava avere una forza incredibile alla quale l’uomo non oppose alcuna resistenza. In poco tempo, quasi come se non se ne fosse neanche accorto, il suo corpo era avvolto intorno a quello della ragazza. Poteva sentire sul suo petto i seni tondi e i capezzoli turgidi della sconosciuta, mentre con le mani ne esplorava le forme del corpo nascosto dalla semioscurità.

Era passata un’ora? Due? O solo dieci minuti? Max perse la cognizione del tempo, completamente immerso in quell’atto di sesso ed eccitazione che gli dava una sensazione infinita d’amore, pur sapendo che di amore non ce n’era. Ogni volta che la ragazza non era impegnata a baciarlo su una qualunque parte del corpo, non faceva altro che ripetere il suo nome. «Max», «oh Max», «dai Max»; La voce flebile e acuta era alle volte soffocata dal bacio successivo. Nel pieno dell’amplesso, mentre lei era sopra di lui, la voce cambiò, diventando gutturale e inquietante. «Maaax» lo chiamava, con un tono grave che non sembrava provenire da quel corpicino minuto che fino a quel momento aveva palpato. Il volto della giovane ragazza cambiò per diventare quello di una donna di mezza età dai lineamenti austeri, smunti. Anche il corpo mutò improvvisamente, diventando quello di una culturista molto più grande di lui. Max si riprese da quella frenesia sessuale che lo aveva rapito appena in tempo per riconoscerla: era lei la donna che stava cercando. Il volto che lo fissava divenne totalmente nero, come un abisso senza fondo, lasciando ben visibili solo i due occhi, ora totalmente bianchi, e il rossetto rosso sulle labbra.

Lui la scansò di lato sfruttando tutta la sua forza, ma finì col cadere per terra insieme a lei. «Cosa credi di fare? Non puoi scappare» affermò la figura femminile, con la voce affabile e aggraziata, tornando ad essere la ragazzina di prima. Per tutta risposta Max scappò via, completamente nudo, per il corridoio.

«Prendetelo» disse la voce aggraziata dalla stanza. Con quelle parole una sveglia suonò in ogni stanza e mentre lui correva cercando di tornare nella hall, dalle stanze che oltrepassava venivano fuori sfuggenti figure che iniziarono a  inseguirlo. Più correva veloce e più quelle diventavano numerose, mentre i loro passi aumentavano d’intensità. Nonostante non riuscisse a vederle bene, dai fugaci sguardi che si buttava alle spalle nella corsa giurò di aver riconosciuto i volti delle altre due vittime legate alla donna. Attanagliato dal terrore, con il cuore che batteva a mille, Max arrivò finalmente alle scale e si lanciò giù per giungere alla hall.

Le figure alle sue spalle si fermarono tutte in cima alle scale, mentre l’uomo vestito di nero che lo aveva accolto prima, ora gli sbarrava la strada verso l’uscita del Dream Motel. Max si bloccò d’istinto, ma l’uomo sembrava immobile, come se non avesse intenzione di fermarlo. Così riprese a correre, superandolo senza che questi si muovesse ed uscendo verso il vialetto.

Il cuore, che fino a quel momento palpitava come un tamburo nel torace, fece un sussulto. La berlina nera era adesso ferma proprio in mezzo al vialetto, sempre avvolta nella semioscurità. Max scese i gradini in marmo per avventurarsi a piedi nudi nella ghiaia, ma si bloccò ancora una volta, quando i fari dell’auto si accesero e lo illuminarono in pieno. La luce accecante che colpiva il suo corpo nudo lo costrinse ad abbassare lo sguardo e, in quel momento, Max si accorse che tutto il suo corpo era costellato da ferite sanguinolente e tagli profondi.

La portiera dell’auto si aprì e ne scese la biondina. «Non puoi andartene da qui» disse prendendo le sembianze della culturista con il volto tenebroso.

«Ora è questa la tua casa… la nostra casa» disse una voce familiare alle sue spalle. Un turbinio di emozioni si affollarono nella testa di Max che, con un brivido lungo la schiena, si girò. Lì, in piedi sull’uscio del Dream Motel, c’era Mauro che lo fissava. Tutte quelle emozioni che lo stavano sovrastando sparirono di colpo, rimpiazzate solo da incredulo terrore. «Vieni a casa, fratello».

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