Manuel

Manuel Caliandro

Questo racconto è tratto da Settenotti: Spooky Season

Vele rosse

Il buio artificiale della caverna sotto cui la Zephyr aveva preso come nascondiglio avvolgeva il galeone. La caverna era così bassa e stretta che l’albero maestro grattava sulla pietra, provocando un ritmico, lamentoso suono di legno scricchiolante e strisciante. Il Capitano Edward Menton era infastidito quanto tutti gli altri, ma il loro lavoro non poteva essere lasciato a metà.

Seduto sulla sua poltrona di velluto nella sua stanza personale, Edward aspettava l’ora propizia, e conferiva con il suo primo ufficiale mentre cercava inutilmente di accendersi un sigaro con l’ultimo fiammifero che era rimasto.

“Capitano, la ciurma è nervosa, credo che dovrebbe parlargli.”

“Se credono che esca fuori a rassicurarli come bambini perché hanno paura del buio, non hanno capito cosa siamo venuti a fare qui.”

“Non è solo quello signore, sospetto che qualcuno abbia paura di qualche tipo di maledizione, sono persone semplici Capitano, qualche sua parola basterebbe.”

Sbuffando, il Capitano mise da parte il sigaro e il fiammifero difettoso, si rimise il suo cappello e si alzò dalla comoda seduta.
“Bene signor Higgins, ma sappia che non voglio più essere disturbato dopo, dobbiamo prepararci al vero pericolo, altro che le farneticazioni che qualche vecchio ubriacone avrà tirato fuori su questo posto.“

Edwards preparò mentalmente un piccolo discorso, poi si diresse verso la porta della sua cabina, e la spalancò. Ad aspettarlo c’era quasi tutta la ciurma riunita sul ponte della nave, la Zephyr era grossa, e in tutto saranno state circa centocinquanta persone. Il Capitano si schiarì la voce per prendere parola, il suo rauco verso venne amplificato dall’eco della caverna, e tutti i brusii si spensero.

“Bene,” iniziò a dire “Il mio caro primo ufficiale mi ha detto che alcuni di voi sono inquietati dalla situazione in cui ci troviamo. Devo ammettere che io stesso non credo di aver mai fatto approdo in un luogo simile, ma questo non ci deve spaventare signori. Siamo uomini di mare, persone che hanno girato queste acque in lungo e in largo, insomma, cosa mai potrebbe spaventarci ancora.

Non abbiate paura della caverna, piuttosto, passate questo tempo a prepararvi per quello che verrà dopo. Un assalto a una nave pirata non è faccenda da prendere a cuor leggero, quindi voglio tutti voi pronti all’azione e carichi come uno dei nostri cannoni, ci siamo intesi? E ora, a prepararsi signori.” 

Edwards stava già girandosi per rientrare nei suoi alloggi, quando una voce si alzò dalla ciurma. 

“E con la maledizione come facciamo?”

Il Capitano si rigirò lentamente, cercando di contenere un’imprecazione.

“Bhe dipende, vede, io ad esempio non credo alle maledizioni, perciò credo che non la terrò proprio in considerazione, così come dovreste fare anche voi.”

Un’altra voce si alzò dalla ciurma: “Ma capitano, tutti sulla terra ferma parlano della maledizione delle Vele Rosse.”
“Bhe, a quanto pare non tutti, dato che non l’ho mai sentita. Vuole specificare signor…?”

“Lester, Capitano.”

“Bene signor Lester, allora venga con me nei miei alloggi, e mi racconti di questa storia. Prego tutti di tornare sottocoperta a riposarvi, mentre il vostro caro compagno mi metterà al corrente di ciò che angustia le vostre menti.”

Detto questo, Edwards si girò, e senza molte cerimonie, rientrò nella sua cabina e si sedette sulla sua poltrona. Stava per riprendere il suo sigaro in mano, quando sentì qualcuno bussare alla porta. Riluttante, ritrasse la mano e disse “Prego signor Lester, entri pure”.

Un marinaio di mezz’età, con la pelle bruciata e consumata dal sale e dalle giornate di lavoro incessanti entrò nella stanza.
“Si sieda Lester, si sieda e inizi a raccontare.”

Lester si sedette a una cruda sedia di legno, posta di fronte alla poltrona in velluto rosso del Capitano.

“Vede signore, per spiegare questa leggenda bisognerà prima che le parli come e da chi l’ho sentita raccontare prima. Deve sapere che…”

“La prego invece di arrivare al punto, amerei rimanere ad ascoltarla per ore, ma temo che al momento il mio pensiero non sia completamente su di lei e sulle sue storie di fantasmi. Le do 5 minuti.”

“ Io… capisco Capitano, certo Capitano. Cercherò di essere il più breve possibile.

Si dice che questa caverna un tempo fosse usata molto spesso Capitano, dai contrabbandieri e dai pirati che necessitavano di nascondersi in queste acque, perciò una ciurma decise di dichiarare proprio il posto, e iniziarono a organizzare le entrate e le uscite, e a farsi pagare a peso d’oro per attraccare qui dove siamo noi ora. Lei deve capire Capitano, che inizialmente questo non andò giù a molti bucanieri, ma la caverna era stata reclamata da…”

“Mi faccia indovinare Lester, dalla stramaledetta Mary Red, mi sbaglio?”

“È esatto signore, non sbaglia, si dice che questa fosse la sua caverna, e che lei l’abbia conquistata sfidando a duello tutti i Capitani che abbiano tentato di mettere in dubbio la sua autorità. Ma questa non è la fine signore.”

“Bhe Lester, ma ormai anche io conosco un po’ di queste leggende sa? E finiscono tutte nello stesso modo, soprattutto quelle su Mary Red. Una notte è arrivata una tempesta, o un uragano, o un segno dello scontento degli dei del mare, e Mary Red ha sfidato la sorte come era solita fare, solo che questa volta ha perso. La sua nave è affondata, la sua ciurma morta, e ora la sua anima vaga infestando questi luoghi per sempre. Manca altro?”

Al sentire queste parole, il marinaio alzò lo sguardo sul Capitano, e drizzò le spalle. “Capitano, non le conviene sputare così sul mare e sulle forze che lo governano, la avverto. La sua arroganza porterà lei, questa nave e tutti noi sul fondo dell’abisso.”

Edwards non fece nemmeno in tempo a reagire al cambio di tono repentino del marinaio, che sentì la porta della sua cabina sbattere. Sul momento, pensò se fosse il caso di raggiungere il signore Lester per redarguirlo, ma poi si disse che alla fine non aveva davvero senso farsi il sangue marcio per una semplice leggenda da taverna. Dopo qualche secondo di raccoglimento, il Capitano riprese il mano la scatola di fiammiferi e il sigaro, deciso questa volta a riuscire a godersi almeno qualche boccata.

Il primo rumore che sentì, fu un tonfo, qualcosa di pesante era caduto sul tetto della sua cabina. Edwards si alzò di scatto con ancora il sigaro in mano. Inquietato, cerco di guardare fuori da una delle finestre cosa stesse succedendo, ma gli fù impossibile. Qualcosa di simile a una nebbia spessa come un muro si parava davanti a lui. A quel tonfo se ne aggiunsero altri, uno di seguito all’altro. Edwards rinunciò a contarli quando questi divennero frequenti come una pioggia estiva. Quando il rumore iniziò a cessare, il capitano si avvicinò titubante alla porta. Aspettò ancora qualche minuto, poi, preso coraggio, il capitano spalancò la porta. 

Edwards, a bocca aperta, osservava l’interezza della ciurma morta. I cadaveri sembravano essere stati lasciati cadere a caso, accatastati su tutta la nave, e ricoprivano l’intero ponte. 

“Quanto manca ancora Gibs, qui stiamo finendo il materiale” sentì dire a una voce di donna dietro di lui.
“Ancora poco Capitano, manca giusto un angolo, ma questo qui non serve più a nulla”.

Il cadavere del primo in comando di Edwards gli cadde davanti con un sonoro tonfo. Edwards non poté fare altro che guardarlo, non riuscì a distogliere lo sguardo dalla gola tagliata del suo ufficiale, e dal filo di sangue che ancora colava dalla ferita. Alzò lo sguardo, e vide le maestose vele della sua nave pitturate di rosso, vernice fresca, ancora gocciolante. Solo che non era vernice. Quando se ne rese conto, sentì piano piano il sigaro scivolargli dalle mani.

La voce di donna che aveva sentito poco prima gli risuonò di fianco all’orecchio.
“Occhio marinaio, meglio non sprecarlo quello.”

Con la coda dell’occhio il Marinaio vide una mano scheletrica prendere il sigaro a mezzaria. Poi, davanti a lui si parò Mary Red in tutta la sua interezza. Le ossa della pirata galleggiavano nell’aria, circondate da un alone verdastro di forma vagamente femminile. Mary teneva un coltello nella sua mano, e il sigaro nell’altra.

Edwards non sentì nemmeno la lama che gli trafiggeva la gola, non sentì il sangue che scorreva lungo i suoi bei vestiti pregiati. Stranamente, l’unica cosa che riuscì a sentire fu lo sfrigolio di un fiammifero che si accendeva.

“Questa si che sarà una bella nave,” disse Mary Red, “Gibs, con questo dovresti riuscire a finire le vele, mi raccomando non lasciare neanche una macchia bianca” concluse, mentre tirava una lunga boccata dal sigaro.

La Zephyr, nave ammiraglia della marina inglese, uscì dalla caverna a vele spiegate, ancora grondanti del sangue della ciurma che l’aveva salpata fino a poche ore prima, poi, la nave punto la prua verso il mare, si inclinò, e affondò nelle acque profonde, senza fare alcun rumore.

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