Manuel

Manuel Caliandro

Questo racconto è tratto da Settenotti: Br…eeze

Cenere

“Vans, esci stasera?”

Vanessa ci pensò davvero un attimo, poi guardò sua sorella negli occhi e rispose: 

“Ma stai scherzando? Se esco stasera domani mi dovete mettere sul termosifone a scongelare”

“È a questo che servono i cappotti scema, dai vestiti e andiamo a prenderci un qualcosa da mangiare fuori”

“Ma non scherzare nemmeno, se usciamo ci prendiamo davvero qualcosa, e non sto parlando di cibo”

“Va bhe, fai tu, io vado”

“Quando poi ti iniziano a cadere le dita non chiamarmi, non ti vengo sicuramente a recuperare.”

Fu la tosse a svegliarla, la tosse e quell’odore terribile che le si era insinuato nelle narici. Vanessa spalancò gli occhi in un attimo, sorprendendosi anche lei della sua lucidità, e cercò di capire cosa stava succedendo. La prima cosa che registrò fu il fumo che stava riempiendo la sua stanza, la seconda il calore bruciante della sua pelle. La terza era la luce irregolare che entrava dalla porta. La situazione le fu subito chiara.

La ragazza si lanciò subito sul pavimento, cercando di rimanere abbassata e approfittare dell’ossigeno rimanente nella stanza, e si rialzò subito di scatto con un urlo, il pavimento era rovente. Il cuore cominciò a prendere un ritmo fin troppo veloce, il suono del fuoco proveniente dal resto della casa iniziò a scemare mentre Vanessa non riusciva a sentire altro che il suo respiro irregolare, inframezzato da colpi di tosse che le toglievano quel poco di ossigeno che i suoi polmoni riuscivano a trovare. In mezzo a tutto quanto, due parole le iniziarono a rimbombare nella testa, mischiandosi fino a diventare un urlo disperato che solo lei poteva sentire.

“Morirò qui.”

Poi, nell’incessante fragore dei suoi pensieri, Vanessa sentì un rumore limpido come l’acqua. Marvin stava miagolando alla sua porta.

Vanessa tremando si staccò gli sci in malo modo e li accatastò fuori dalla porta del rifugio. Prima che potesse entrare Alberto la fermò mettendole una mano sulla spalla.

“Dai amore, sei solo caduta, non ti sei fatta niente.”

“Non mi sono fatta niente? Ma stai scherzando? Sono finita con la faccia dritta nella neve, e ora me la sento tutta addosso. Sto congelando cazzo.”

“Dai non fare così, rimettiti gli sci e vedrai che non cadrai più.”

“Ma vaffanculo va, io nemmeno ci volevo venire qua, fatti i tuoi giri e poi mi vieni a prendere e scendiamo.”

Vanessa entrò nel rifugio, al caldo, e si fermò subito, rendendosi conto di essere stata troppo aggressiva. Riaprì la porta, maledicendosi per starsi sottoponendo al freddo ancora una volta, e abbracciò il suo ragazzo che era rimasto lì fuori. “Scusa amore, ci sono andata davvero pesante. Lasciami un po’ qua a riposare al calduccio, e poi prometto che mi rimetto gli sci, e riprovo a scendere.”

Vanessa si risvegliò all’istante. Lei poteva anche morire, Marvin no. Strappò via la coperta dal letto e la gettò per terra, facendo un doppio strato. Si buttò sulla coperta, e iniziò a strisciare verso la porta.

Quandò sì alzò per aprire la maniglia si rese conto che il fumo ormai le arrivava ben sotto le spalle, stava finendo il tempo. Marvin schizzò nella camera come un fulmine di pelo nero, e la ragazza dovette tenere a bada la sua curiosità di guardare come fosse messo il resto della casa e richiuse di scatto la porta. Il gatto nel frattempo si era già rintanato in un angolo della stanza, era talmente spaventato che aveva smesso anche di miagolare e stava tremando. 

Vanessa iniziò a fare dei calcoli veloci. “Siamo al primo piano, sono almeno 3 metri di caduta. No, 4, facciamo 4. Marvin non dovrebbe farsi troppo male se atterra bene.” E ricominciò a strisciare. 

Arrivata alla finestra di camera sua e la spalancò. Un vento gelido si insinuò nella stanza, rinfrescandola, mentre un’ondata di fumo veniva risucchiata dallo scambio di aria calda. La ragazza si abbassò e prese il gatto che, terrorizzato, non fece resistenza. Poteva sentire le sue unghie scavarle nella schiena mentre Marvin cercava di aggrapparsi il più possibile a qualsiasi cosa.

Con non poca fatica, Vanessa si staccò il gatto di dosso, e lo sporse fuori dalla finestra. Guardò i suoi occhi spalancati dalla paura. “Non avere paura Marvin, sotto c’è un bel prato, vedrai che non ti farai nulla. Adesso io ti lascio andare, e vedrai che tra poco la mamma ti segue okay? Pronto? Uno. Due. E tre.” Al tre, aprì le braccia lasciando cadere il gatto.

Arrivato a terra Marvin schizzò subito via e si nascose in un cespuglio lì vicino. Vanessa si sporse dalla finestra e guardò di sotto. Un attacco di vertigini la fermò sul posto.

“Andrea, lo possiamo alzare sto cazzo di riscaldamento? Si gela.”

La coinquilina di Vanessa la guardò un attimo, e poi ruotò leggermente la testa con aria inquisitoria. “Vanessa, il termostato segna 18 gradi, fuori ce ne sono tipo 3. Ti prometto che qui dentro fa caldo.” 

“Ma farà caldo per te, io sto gelando.”

“E mettiti un’altra felpa, che ti devo dire. Altrimenti guarda, alziamo la temperatura, e la prossima bolletta ci metti 30 euro in più.”

“Si ti prego, qualsiasi cosa, basta che stiamo sopra i 23 gradi.”

Uno scoppio proveniente probabilmente dal bagno le diede la convinzione che le mancava. Vanessa si sporse e saltò di sotto. La caduta durò un’eternità. Vanessa si era preparata a sentire del dolore, probabilmente si sarebbe almeno slogata una caviglia e lo sapeva, ma si era preparata a sentirlo subito. Quello scarto di 0.03 secondi da quando si era buttata a quando i suoi piedi toccarono terra per lei erano durati minuti interi. Il dolore alla gamba destra le tolse il respiro più di quanto non avesse fatto il fumo.

Un urlo disperato le uscì dalla gola, sovrastando anche il rumore del fuoco che stava divorando la casa. Vanessa cercò di muoversi più lontano possibile dai muri che ancora stavano scottando, strisciando lungo il prato che fino a qualche ora prima era pieno di rugiada, e ora le sembrava completamente asciutto. Passarono minuti che le sembrarono ore, mentre cercava di raggiungere la strada che passava davanti alla sua abitazione. Poi sentì un fruscio provenire da un cespuglio vicino. Marvin sbucò da in mezzo alle foglie e si avvicinò piano alla ragazza, annusando ogni filo d’erba su cui posava le zampe. Vedendolo, Vanessa si calmò un attimo, e iniziò a chiamarlo. 

Piano piano Marvin si fece più sicuro, e iniziò a camminare verso di lei finché la raggiunse. Vanessa lo prese sottobraccio e continuò a cercare di spostarsi. Poi, iniziò a sentire delle sirene in lontananza e si accorse di essere davvero, davvero stanca. La ragazza chiuse gli occhi.

Vanessa si svegliò di colpo su una barella, guardandosi intorno si rese conto di essere nel retro di un’ambulanza con le porte spalancate. Un ragazzo le si avvicinò appena la vide aprire gli occhi.

“Vanessa, si sente bene, ha bisogno di qualcosa?” La ragazza ci pensò un attimo. Avrebbe avuto bisogno di un sacco di cose in quel momento, tra cui un telefono per chiamare Andre e avvertirla che forse faceva meglio a rimanere a casa del suo ragazzo ancora un po’. Così su due piedi però, Vanessa voleva solo riposarsi un attimo.

“No grazie, tutto apposto. Il gatto dov’è? Come sta lui?”

“Oh, il gatto sta bene, non preoccuparti, lo abbiamo solo messo in una portantina per il momento. Vedrai che appena ti vedrà starà subito meglio. Ma tu sei sicura che non vuoi qualcosa? Anche solo una coperta, si gela oggi.”

Vanessa si rese conto solo in quel momento del freddo che stava provando. Sentì la pelle pizzicarle, e l’aria gelata entrare nelle sue narici come acqua limpida.  “Sa cosa? No. Penso che resterò ancora un po’ così.” disse.

“Strano,” pensò, “io non l’ho mai sopportato il freddo.”

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