Eugenio

Eugenio Liotta

Questo racconto è tratto da Settenotti: Breeze. In questo racconto breve ho provato a costruire un mondo molto lontano dal nostro, ma dove è facile riconoscere diversi elementi e intuire come funziona, con qualche spruzzo di metasemantica.

Esercizio 121

Il laboratorio di ricerca galattica nascosto sul pianeta Zerith si stagliava nella quiete del cosmo come un faro di conoscenza. Lì, tra le stranezze di tecnologie avanzate ed esseri provenienti da mondi lontani, il ricercatore Theron osservava un gruppo di umani in cattività.

“La neve serve agli umani perché così capiscono in che periodo dell’anno sono,” mormorò, scuotendo la testa mentre le sue vergeffe sticchettavano su un terminale a ologramma. La sua frase echeggiò nella stanza, accompagnata dal debole brontolio di macchinari nascosti dietro pareti di cristallo trasparente.

Theron si avvicinò al vetro, la sua figura si rifletteva sull’opaco pannello. Osservava gli umani in una replica accurata della Terra, il loro habitat era ricreato fin nei minimi dettagli. Al di fuori, una simulazione del ciclo delle stagioni definiva il loro ambiente.

“Tanto tempo fa quando erano ancora sulla terra, c’era un periodo di quello che loro chiamavano anno dove vedevano la neve o vedevano la sua rappresentazione e questo gli faceva capire che era passato un anno dalla volta precedente,” continuò, rivolgendo uno sguardo di pietà verso gli esseri umani confinati.

Un sorriso ironico solleticò le stabbe di Theron. Gli umani, creature fragili e affascinanti, una volta avevano contato il tempo in base a segni naturali, fenomeni meteorologici e cicli astronomici. Ma il progresso e l’espansione nel cosmo li avevano resi prigionieri di mondi lontani e strani, separati dal ritmo della loro Terra natale.

Il ricercatore si immerse nel suo lavoro, manipolando controlli e monitorando i movimenti degli umani nella loro simulazione terrena. Scoprire come reagivano all’assenza di neve, se la loro comprensione del tempo era rimasta intatta, era uno degli obiettivi della sua ricerca.

I giorni passarono, e Theron osservava attentamente la reazione degli umani di fronte alla mancanza di neve nella loro simulazione. Ogni gesto, ogni scambio di parole tra loro, veniva analizzato e registrato con cura maniacale. L’osservazione divenne la sua routine quotidiana, mentre la curiosità si tramutava in ossessione.

Tuttavia, una sera, mentre studiava le registrazioni delle interazioni umane, Theron notò qualcosa di insolito. Un piccolo gruppo si riuniva in segreto, sussurrando frasi incomprensibili e scambiando sguardi preoccupati. C’era qualcosa di diverso nell’atmosfera simulata, un’agitazione sottile ma palpabile.

Decise di avvicinarsi alla simulazione, per vedere più da vicino cosa stava accadendo tra gli umani. Mentre si avvicinava al vetro, sorprese una conversazione in corso.

“Qualcosa non va,” disse un uomo con voce ansiosa. “Dovrebbe esserci la neve, ma non c’è nulla.”

La discussione proseguì, e Theron ascoltò in silenzio, le sue gioccaglie si sollevarono in un misto di sorpresa e interesse. Gli umani, nonostante la loro confusione, stavano cominciando a comprendere la manipolazione del loro ambiente.

Decise di intervenire. Con un rapido movimento delle vergeffe sui controlli, Theron attivò la proiezione di un paesaggio innevato all’interno della simulazione. Gli umani si immobilizzarono, stupiti, di fronte a questa nuova apparizione.

La neve cadde delicatamente, coprendo il terreno di bianco. Gli umani, affascinati e sbalorditi, iniziarono a esplorare il nuovo elemento nella loro simulazione.

Tuttavia, Theron non si aspettava la reazione che seguì. Gli umani si riunirono, ballando e ridendo nell’abbagliante manto bianco. La neve aveva scatenato in loro una gioia contagiosa, riportando in superficie ricordi e tradizioni che il tempo e lo spazio non avevano cancellato.

Il ricercatore osservò con un misto di meraviglia e comprensione. La neve, un semplice elemento della natura terrestre, era diventata un ponte tra il loro passato e il loro presente, un legame con ciò che una volta chiamavano casa.

Theron si ritrovò a sorridere, rendendosi conto che anche nel vasto cosmo, gli esseri umani non avevano perso la loro capacità di connettersi con il cuore pulsante della loro storia.

Mentre gli umani nella simulazione si divertivano sotto la neve artificiale, Theron si allontanò dal vetro, riflettendo sul potere della nostalgia e della familiarità in un universo così vasto e misterioso.

Così, mentre il laboratorio galattico continuava le sue ricerche, Theron conservò nel suo siforco la lezione imparata quel giorno: che anche in mondi lontani, la neve poteva sciogliere il ghiaccio dei ricordi e riportare un bagliore di umanità nell’infinità dello spazio.

Note di traduzione:

Nella mia esperienza è sempre difficile fare una traduzione inversa efficace e corretta dal bizifonch all’italiano come in questi esercizi, viste anche le limitate fonti che abbiamo della lingua mentre era ancora in uso. Ma a chiunque leggerà questo testo ricordi che è pur sempre un esercizio di stile e mi perdoni la semplificazione di alcuni concetti bizifoncici perduti in questa lingua che però amo, concetto che invece posso esprimere più facilmente solo in questo idioma.

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