Jessica

Jessica Capraro

Questo racconto è tratto da Settenotti: Br…eeze. Il freddo ci irretisce, intorpidisce i sensi, ma ci permette anche di godere maggiormente del calore. Uno dei contrasti che amo di più durante l’inverno è vedere accostati il grigiore della stagione e le luci calde dell’interno delle case. O ancora, quanti di noi amano sedersi davanti al caminetto, magari con una bella cioccolata calda in mano? E riusciamo a godere di quelle gioie proprio perché esiste il gelo. L’amore, poi, scalda il cuore più di qualsiasi altra cosa, come anche la speranza.

Luce nell'inverno

“Avanti, andiamo!”
Mark era avvolto nella spessa tuta antiradiazioni, gli occhi celati dietro la visiera nera del grosso casco in metallo. Le stava tendendo la mano, fasciata da guanti usurati, ma ancora buoni.
Jael osservò per un istante il proprio riflesso nella visiera, anche lei irriconoscibile sotto gli indumenti protettivi, poi afferrò la mano di Mark e si issò lungo i pioli di ferro incastonati nel muro, che loro utilizzavano come scalette.
Lo zaino le pesava un po’ sulle spalle, ma lei cercava di restare concentrata sulla salita.
Le luci a led verdi erano posizionate a intervalli regolari e si riflettevano sui loro caschi.
Qualche altro centinaio di metri e si sarebbero ritrovati all’esterno. Quella era l’ultima anticamera del rifugio, ne avevano dovute percorrere altre 5 prima di arrivare a quel punto.
Il respiro della ragazza aumentò la cadenza e questo sembrò non sfuggire a Mark, anche lui preso dalla scalata.
“È da più di un anno che non metti fuori il naso, ti farà bene.”
Jael emise un mugolio di assenso, temendo che se avesse parlato non sarebbe stata in grado di impedire alla sua voce di risultare tremolante.

Mark abbassò l’interruttore di sicurezza e la porta a tenuta stagna si aprì.
Nello stesso istante in cui il tunnel venne rischiarato dalla luce, moltissimi fiocchi di neve invasero l’anticamera, così tanti da sembrare quasi una pioggia. Jael chinò la testa e oltrepassò la soglia, percependo alle spalle Mark fare lo stesso. Il suono della chiusura della porta sembrò trafiggere il silenzio.
Davanti a loro, tutto era immacolato e immobile.
Non c’erano suoni, colori e nemmeno oggetti definiti.
Gli scheletri dei grattacieli si stagliavano verso il cielo grigiastro, carico di nuvole che avrebbero portato altra neve, e spiccavano in mezzo a quell’infernale distesa candida che ammantava ogni cosa.
I semafori erano ormai sepolti sotto la neve, mentre i pali della luce erano quasi irriconoscibili, coperti da spessi strati di ghiaccio e numerose stalattiti.
“Aspetta, prima che avanziamo sarà meglio prendere le giuste precauzioni” disse il ragazzo, tirando fuori dalla tasca una scatola squadrata di metallo. La adagiò a terra e ci batté due volte sopra.
Un ronzio sommesso preannunciò l’attivazione del contenitore, il quale si aprì raddoppiando il proprio volume e mettendosi subito al lavoro.
Jael osservò il dispositivo all’opera, impegnato a cancellare le loro tracce sulla spessa neve.
“TWIG è davvero un nome stupido, non trovi?” commentò lei, accennando al robot.
“Se pensi che nell’antichità usavano ramoscelli per cancellare le orme sulla neve, in realtà ha senso.”
“Nell’antichità vivevamo anche sopra la superficie terrestre e non sotto, ma non per questo ora ci chiamiamo talpe.”
Mark sollevò la testa, fissando la ragazza oltre la visiera, ma lei si limitò a voltarsi e proseguire.
Camminarono per un’ora, mantenendo un’andatura sostenuta.
Quando giunsero in un punto sopraelevato, la ragazza adagiò a terra lo zaino e ne tirò fuori un disco di metallo, leggero e lucente, che lanciò in aria come fosse un frisbee.
L’apparecchio si fermò a mezz’aria, circa a 5 metri da terra, roteando su sé stesso.
Jael rimase immobile, osservando l’ixnometro mentre assumeva una forma concava.
“Tanto darà lo stesso risultato di sempre: prevista altra neve. Sono 70 anni che non c’è altro fenomeno meteorologico all’infuori delle nevicate.”
Il tono di voce della ragazza era spento, amareggiato, come se per lei fosse un peso anche solo parlarne.
“Un giorno smetterà. Ricordi le ricerche del SED? Ci sono fasi glaciali e interglaciali, quindi…”
“Si, ricordo la lezione!” urlò Jael, serrando i pugni contro le gambe e pestando un piede a terra.
Rimase per alcuni minuti così, respirando affannosamente, la testa quasi ciondolante sul petto.
Mark non disse nulla. Sapeva perché lei si stava comportando a quel modo.
“Non mi interessa quanto tempo ci vorrà, perché serviranno migliaia di anni prima che giunga di nuovo il caldo! Per allora noi saremo morti!”
La ragazza si era messa davanti a Mark, il suo corpo trasudava aggressività.
“Sono nata sotto terra, vivo sotto terra e sarà lì che io morirò! Avrei voluto sapere come ti fa sentire la luce del sole sulla pelle, com’è stare distesi su un prato d’erba, cosa si prova a guardare un cielo stellato, ma no! Tutto questo mi è stato, anzi, ci è stato negato per colpa di stronzi egoisti che trovavano troppo impegnativo prendersi cura del pianeta su cui vivevano e viviamo!”
La rabbia era come un fiume in piena, ma non c’erano rive da poter travolgere.
“Prima sono arrivate le inondazioni, poi il gelo e ora non è rimasto più niente! Sopravviviamo grazie al calore che sta sotto la superficie terrestre e non possiamo stare troppo a lungo qui fuori! Viviamo come topi, ci ammaliamo e moriamo tutti di stenti! Come mia madre!”
A quel punto, Jael crollò a terra, in ginocchio. Si portò una mano alla gola e con l’altra accennò un movimento verso la testa.
“No!” gridò Mark, buttandosi a terra accanto a lei e afferrandole la mano, impedendole di togliersi il casco.
La ragazza cercò di ribellarsi, ma era distrutta. I singhiozzi, i versi di angoscia, i movimenti del suo corpo: tutto in lei parlava di dolore, di quel tipo di sofferenza che viene gestita al proprio meglio finché non esplode. Con delicatezza, lui le mise una mano dietro la nuca e si portò la sua testa al petto, abbracciandola.
Lei non si ritrasse, provocando un moto di piacevole stupore in Mark: si conoscevano da 3 anni, ma non era mai riuscito nemmeno a sfiorarla prima di quel momento.
Per un istante, fu come se non si trovassero in una situazione disperata.
Nessuna difficoltà nel restare in vita, né la debole prospettiva di un ipotetico quanto incerto futuro.
Jael ebbe l’impressione che il tempo avesse assunto un nuovo stato della materia, perché la sensazione di morbidezza e tepore che le germogliò nel petto le ricordò come aveva sempre immaginato fossero le giornate di sole.
Un trillo acuto trafisse il silenzio.
Mark scattò in piedi per primo, rivolgendo lo sguardo all’ixnometro che aveva iniziato a discendere verso il suolo e brillava alternando i colori rosso e bianco.
Jael raccolse lo zaino e se lo caricò sulle spalle, recuperò lo strumento di misurazione e si voltò.
In lontananza, una gargantuesca nube grigia incombeva, avvicinandosi sempre di più.
La ragazza si sentì afferrare per il braccio e venne trascinata da Mark in una folle corsa verso il basso. Mentre si impegnava a mettere un piede davanti all’altro, sopportando il peso della tuta di protezione, osservò i dati apparsi sulla superficie dell’ixnometro.
“E’ un blizzard scala 5!” urlò, percependo l’adrenalina attraversarle il corpo.
Tutti, fin da piccini, venivano istruiti dalla scuola del rifugio blindato, specialmente sulle condizioni che versavano sul pianeta Terra. Ad esempio, il blizzard era impiegato per valutare la gravità delle tempeste di neve e la scala andava da 1 a 8. Uno scala 5 significava vento a 100 km/h, visibilità inferiore ai 5 m, nevicate intense e temperatura percepita inferiore a – 40°C.
Continuarono a correre, mentre il cielo veniva striato da lingue grigie con riflessi bianco sporco. Dietro di loro, TWIG li seguiva lavorando al massimo della velocità che i suoi componenti gli permettevano.
“Non arriveremo in tempo al rifugio, è troppo lontano! Dobbiamo ripararci il prima possibile!” gridò Mark, continuando a correre, puntando verso la base laterale del promontorio.
“Dobbiamo stare lontani dagli edifici, potrebbero caderci addosso!” rispose Jael, mentre l’angoscia le faceva salire un sapore metallico in fondo alla gola.
Il ragazzo annuì, voltando la testa in direzione del blizzard, poi tornò a fissare la meta che si era prefissato. Quando raggiunsero il punto, Mark mise lo zaino a terra e tirò fuori un telo ingombrante dai riflessi metallici.
“Il FIGLOO? Sei sicuro?” chiese la ragazza, preoccupata.
“Dobbiamo usarlo o moriremo!” esclamò lui, posizionando l’oggetto a terra.
A contatto con il suolo innevato, il telo prese ad innalzarsi, assumendo una struttura a nido d’ape che venne poi sormontata da una pellicola spessa e acetata. Diversi strati della stessa ispessirono la struttura, fino ad assumere la forma di un piccolo igloo sintetico. I due giovani ci si infilarono dentro senza esitazione.
Quando si parlava del FIGLOO, ci si riferiva all’invenzione del secolo che aveva permesso agli esseri umani di tornare ad esplorare la superficie terrestre. Si trattava di una tenda composta di materiali sintetici con funzioni biosintetizzanti, ed era stata concepita per permettere agli esploratori di ripararsi durante le tempeste di neve. All’interno del FIGLOO era possibile respirare, godere di una temperatura di 20°C e riposare, grazie al pavimento morbido sotto cui scorrevano flussi di aria riscaldata.
Jael si sfilò il casco, passandosi una mano sulla fronte imperlata di sudore freddo.
“Le funzionalità della capsula sono pensate per durare al massimo 24 ore. Se il blizzard dovesse durare di più…” la voce della ragazza si spense piano, mentre la sua attenzione veniva catturata da altro.
Sulle loro teste, in corrispondenza del tetto interno della tenda, si stagliava un cielo dipinto.
Era possibile notare le pennellate che avevano steso il blu notte, come anche distinguere i minuscoli frammenti chiari che erano stati posizionati con cura per formare le stelle.
“Mancano ancora dei mesi al tuo compleanno, ma avevo deciso di preparare tutto in anticipo. Non sono riuscito a mettere ancora tutte le costellazioni, scusami” disse Mark, dopo essersi sfilato il casco e averlo adagiato a terra.
Jael si voltò, osservandolo in silenzio.
“Volevo fare delle sfumature, ma non so dipingere, quindi alla fine è venuto un cielo piatto, scusami. E vedi lì? Ero convinto che ci fosse la costellazione di Andromeda, invece ce n’è un’altra. Però Orione è giusto, di questo ne sono sicuro. Credo” si affrettò ad aggiungere lui, abbozzando un sorriso un po’ imbarazzato.
La ragazza tornò ad osservare quella volta celeste, notando come la lucentezza del tessuto riuscisse a far rifulgere le finte stelle.
“Mark, questo è il regalo più bello che mi abbiano mai fatto, non so cosa dire.”
“Ne sono felice.”
“Quello blu è lo smalto dei criopannelli, vero? Non so come hai fatto a rimediarne per fare questa cosa o quanto ci hai messo. Come sei riuscito a modificare il FIGLOO senza farti scoprire?”
“L’ho aperto una volta di nascosto, dentro la mia stanza, e ho preso le misure per poterlo dipingere da chiuso. Come sai, le dotazioni che ci forniscono di norma vengono tenute sotto chiave, ma sono esploratore da qualche anno e mi tengono in considerazione. Sto già pensando da un po’ a come giustificare la cosa per fare in modo che non si arrabbino.”
“Perché lo hai fatto?” chiese la ragazza, guardandolo negli occhi.
Mark la fissò, quasi scrutandole nell’anima, e accennò un sorriso.
“So quanto sei stata male dopo la morte di tua madre, ma volevo ricordarti anche quello che lei ti diceva. Si può sempre trovare il modo di essere felici, anche quando sembra sciocco sperare. Lia era speciale, chiunque l’abbia conosciuta lo pensa, come anche che la sua perdita sia stata un duro colpo. Ma tu sei viva, Jael, e lei voleva vederti felice più di chiunque altro.”
Lui additò il cielo.
“Perciò, ho tentato di realizzare il tuo sogno di vedere il cielo stellato. Anche se non sarà mai bello quanto quello vero, volevo che tu riuscissi a farlo.”
Il cuore di Jael batteva così forte che, per un attimo, lei temette che le sarebbe uscito fuori dal petto.
Guardò gli occhi di Mark, tanto chiari da ricordare il ghiaccio e al tempo stesso così caldi e dolci.
Lei si avvicinò, sfilandosi i guanti, e pose una mano sulla guancia del ragazzo. Accarezzò la corta barba scura, saggiando la pelle tiepida sotto di essa.
“Mark, grazie di esistere” sussurrò, abbandonandosi a quel morbido flusso che la spinse ad avvicinarsi ancora un po’.
Lui ricambiò la carezza, osservando con trasporto diversi dettagli del volto della ragazza.
“Jael, grazie a te. Mi basta vederti sorridere per sentirmi felice” sussurrò il giovane, poi la baciò.
Il blizzard infuriava fuori dal FIGLOO, TWIG era entrato in modalità di riposo e l’ixnometro collezionava dati in tempo reale sulla tempesta di neve.
Fuori, il gelo imperversava senza riserve, ma in quel piccolo spazio un nuovo mondo era scaturito da una viva scintilla. Non aveva importanza la promessa di una fine, perché il calore della realtà presente era meraviglioso.
Dopotutto, anche le stelle prima o poi muoiono, ma questo non impedisce loro di brillare.
Finalmente, Jael lo aveva compreso.

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