Marco

Marco Maiorano

Questo racconto è tratto da Settenotti: Br…eeze. Tutto parte da quel generatore di bestemmie che è League of Legends, in particolare dal personaggio di Nunu e Willump. Mi ha sempre incuriosito quell’incipit del bambin* cresciut* con degli animali, quindi perché non sfruttare la situazione e tirare in mezzo una bella bestia sconosciuta molto simile a un orso polare, ma che non è un orso polare? E poi diciamocelo, non nego che la protagonista senza nome di questa storia sia ispirata nel design ad Aloi della saga di Horizon.

Siamo io e te

La lotta infuriava. Sospinti dal vento gelido dell’inverno, con zampe e stivali che affondavano nella neve, le due figure non smettevano di combattere. L’uomo, vigoroso e possente, era ricoperto di pellicce, stremato dalla lotta e disperato per la fame. Aveva combattuto più volte quelle bestie con la sua tribù, ma questa volta era stato colto di sorpresa. Con una zampata che venne fermata dalla canna del fucile, la bestia scaraventò il suo nemico contro il tronco di un albero, ruggendo in preda alla furia. Dopo aver accusato l’urto ed essere precipitato al suolo, l’uomo cercò di rialzarsi più in fretta possibile, ma la bestia torreggiava su di lui. Sebbene fosse quasi del tutto simile a un orso polare, la tasca marsupiale all’altezza del ventre e le piccole protuberanze ossee ai lati della testa, poco sopra le orecchie la identificavano inequivocabilmente come una femmina. Non che l’uomo non lo sapesse già: lo aveva intuito quando se l’era vista caricare alle spalle dopo aver sparato e ucciso quello che doveva essere il suo cucciolo. Un pasto semplice, si era detto. Una futura piccola pelliccia, si era detto.

  Avrebbe voluto scappare, magari tornare a prendere la carcassa più tardi, ma la sua donna era poco distante, acquattata a un paio di alberi di distanza, troppo debole per la fame per potersi muovere senza di lui, figurarsi correre. Non aveva scelta, doveva rimanere lì a combattere… anzi, doveva vincere. Radunò tutte le forze che gli rimanevano e scarrellò per mettere il colpo in canna nel fucile. Non si sprecò a prendere la mira, la bestia oscurava quasi tutto il suo campo visivo. Fu sul punto di premere il grilletto quando il mostro sferrò un’altra zampata, gettandolo a terra. Il fucile sparò, ma nella direzione sbagliata, colpendo la donna sul fianco. L’uomo non si rese conto quasi di nulla: lo sparo ravvicinato gli aveva devastato l’udito e annebbiato la vista e non ebbe il tempo di riprendersi perché la bestia approfittò del momento per schiacciare fatalmente il cranio dell’uomo contro il terreno innevato.

  La radura calò nel silenzio più profondo, rotto solo dal soffio glaciale del vento. Il manto bianco candido della bestia era sporco del sangue del suo nemico, così come l’area in cui avevano combattuto. Stanca e triste tornò lentamente verso il corpo del cucciolo, smuovendolo delicatamente con il muso nella vana speranza che desse segni di vita. Non lo fece. Il corpo era riverso sul lato, quasi completamente mimetizzato nella neve se non fosse per quel piccolo rivolo rosso che scendeva giù dal buco in mezzo agli occhi. La bestia ruggì debolmente, come fosse un lamento, poi si accucciò al suo fianco.

  Un vagito risvegliò la bestia dal dolore. Si spostò in direzione del suono, superando il corpo dell’uomo immerso in neve e sangue, fino ad arrivare al corpo di una donna ripiegata nella neve. Con una delle zampe rivoltò il corpo e un fagottino di pelliccia cadde riverso nella neve. Era da lì che proveniva il lamento, così ci infilò il muso per cercare di capire cosa fosse. La piccola esserina smise di piangere quando vide la bestia e per un solo momento gli occhi rossi del mostro e gli occhi neri della neonata divennero grigi contemporaneamente.

  Se l’uomo fosse stato vivo, se avesse visto cos’era appena accaduto, non avrebbe avuto dubbi: si trattava dell’Eluband, un collegamento mistico che legava indissolubilmente lo spirito affine di due esseri, anche di specie diverse. Era molto raro che accadesse, un evento di cui l’uomo aveva solo sentito parlare da suo padre, che a sua volta ne aveva ascoltato l’avvenimento da suo padre.

  La bestia si sedette e delicatamente prese la piccola nel fagotto. Le zampe artigliate non erano prensili, ma se usate nel modo giusto erano gli artigli stessi a fungere da rozze dita. La annusò, per memorizzarne l’odore, poi la depose nel suo marsupio. La bimba, pervasa dal calore, seguì l’istinto e trovò la mammella della bestia, iniziando a nutrirsi del suo latte.

  Bastò qualche anno perché la neonata si adattasse completamente alla vita della sua nuova madre. Non sapeva realmente cosa fosse una madre, ma aveva lì quella bestia che si prendeva cura di lei, la nutriva e la proteggeva, la teneva al caldo e la coccolava. La creatura non sapeva di che cosa potesse aver bisogno l’esserina che aveva nel marsupio, così iniziò ad avvicinarsi sempre di più al villaggio degli umani, rimanendo ben nascosta nella fitta foresta innevata e limitandosi ad osservare il comportamento di quegli esseri così diversi da lei. Nel corso dei giorni li vide nutrirsi di una vasta varietà di cibi, dai frutti alla carne, dal pesce alle verdure. Quando la bambina fu abbastanza grande, fu lei stessa a cercare per istinto di mordere uno di quei frutti bianchi appesi a un albero. Erano passati tre anni da quando si erano legate e ne passarono altri tre prima che la bambina fosse in grado di rimanere anche la notte fuori dal marsupio, sebbene rimanesse comunque avvolta dall’abbraccio caldo e morbido della bestia.

  Nonostante la bambina crescesse e cambiasse con gli anni, l’atmosfera che la circondava sembrava non cambiare mai. La radura era sempre la stessa, la foresta era sempre la stessa e la grotta nella quale si rifugiavano ogni notte era sempre la stessa. A dieci anni la bambina era diventata una ragazzina, aveva imparato a camminare, a correre, a saltare e a cacciare a mani nude. Aveva imparato a cibarsi di carne, frutta e vermi, aveva scoperto come coprirsi di pelliccia delle prede uccise e aveva iniziato a ingegnarsi a costruire piccole strutture di rami secchi e palchi ossei persi da mostri simili a sua madre, ma decisamente più grandi e aggressivi. Erano maschi in calore che seguivano l’estro della femmina e combattevano nella radura nella speranza di battere i rivali per accoppiarsi. Ma chi fosse il vincitore non importava: puntualmente sua madre ruggiva e lo aggrediva con furia, costringendo il maschio a scappare.

  La ragazzina si era abituata alla vita nella radura e non si fece troppe domande quando scavando nella neve con le mani coperte da guanti rozzamente ricavati da uno dei vari pretendenti morti, si ritrovò per le mani un oggetto allungato del colore degli alberi. Alcune parti erano più scure, più fredde al tatto delle mani nude che ora lo stavano esplorando. In cima alla parte scura allungata c’era un buco profondo, abbastanza perché lei ci potesse infilare un dito senza toccare il fondo. C’era anche una piccola lingua scura dentro l’anello di legno e ogni volta che lei la premeva, questa faceva un “tac” sordo, come se non fosse riuscito a fare qualcosa. Decise di portare l’oggetto nella grotta. Non sapeva perché, ma voleva conservarlo. Ma la ragazzina, seppur sveglia e intelligente, rimaneva comunque una ragazzina e una volta poggiato lì, tra le rocce al buio, se ne dimenticò.

  Altri due anni passarono e la ragazzina iniziò a spingersi sempre più in là nell’esplorazione della radura. Aveva scoperto che, occasionalmente, senza che potesse fare nulla, si sentiva male e perdeva sangue per giorni interi. Quel periodo lo passava nella grotta, senza allontanarsi troppo, anche perché si sentiva debole, senza forze. Ma in tutti gli altri giorni camminava e si arrampicava, muovendosi sempre più lontano finché non raggiunse lo stesso punto da cui la bestia, anni prima, osservava di nascosto gli umani. Sua madre, che la lasciava muoversi liberamente, la seguiva a qualche centinaio di metri di distanza. In quello stesso punto, nascosta da cespugli e alberi, osservò quelle creature così simili a lei e così diverse da sua madre. Una piccola dose d’istinto le diceva che avrebbe dovuto avvicinarsi di più a loro, far vedere che era come loro, ma un’altra buona dose di quello stesso istinto la costringeva a rimanere ferma lì, nascosta.

  Passò la notte in quel punto, fuori dalla grotta, per la prima volta da che ne avesse memoria. L’aria gelida le sferzava il viso, ma lei non si mosse neanche un attimo. Era affascinata da quella cosa rossa che ondeggiava tra i cerchi di pietra non lontano da lei. Faceva luce e uno degli umani indicandolo l’aveva chiamato “fuoco”. Uno strano suono che la accompagnò per tutta la notte, anche quando si addormentò tra i cespugli e sognò ondeggianti fiamme che la fecero sentire al caldo. Ci ripensò anche la mattina successiva, quando si svegliò e si rese conto che il calore proveniva da sua madre che aveva dormito accanto a lei. Intontita dal sonno si arrampicò sul dorso della bestia e questa, svegliandosi, si incamminò tiepidamente verso la grotta, mentre la ragazzina ritornava a sognare fiamme scoppiettanti.

  Ancora tre anni seguirono e la ragazzina si tramutò in una ragazza completamente sviluppata le cui incursioni verso il villaggio divennero giornaliere. Osservando i suoi simili da lontano, e imitandoli aveva imparato ad accendere un fuoco e a cucinare la carne, così come aveva scoperto come lavorare meglio le pelli che aveva indosso per renderle più comode. Aveva imparato quali piante potevano essere mangiate e aveva osservato altre ragazze, come lei, avvicinarsi ad altri esseri umani giovani come loro, ma con dei peli in faccia. Peli ancora corti e in molti casi chiari, ma sia lei che le altre ragazze del villaggio, in faccia non li avevano.

  Un pomeriggio, mentre rientrava verso la radura, la ragazza sentì delle urla in lontananza. Erano voci di esseri umani, così si appiattì nella neve e si mosse cauta, raggiungendo una distanza di sicurezza. Anche se la bestia, sua madre, non la seguiva più nelle sue escursioni verso il villaggio, i suoi insegnamenti di caccia le erano ben impressi nella memoria.

  Un gruppo di maschi umani, con i peli in faccia, stava prendendo a calci un altro di loro. Il ragazzo era a terra e cercava di fare dei gesti con le mani per chiedere agli altri ragazzi di smetterla. Dalla sua bocca non uscivano suoni diversi da gemiti e sangue, ma dalla bocca degli altri venivano fuori parole che sembravano ferire il ragazzo più di quanto non facessero i pugni e i calci.

 Quando il ragazzo si accasciò nella neve sporca di sangue, il gruppo decise che era il momento di rientrare. La ragazza si avvicinò lentamente al ragazzo, rimanendo nascosta. Non si muoveva, forse non respirava, così decise di trascinarlo fino a un laghetto di acqua calda nelle vicinanze, poi lo lasciò sul margine mentre lei tornava indietro a coprire le tracce e nascondere la scia di sangue. Si tolse uno dei guanti bianchi, già lerci di fango e sangue da precedenti cacce e ne immerse uno nel laghetto, passandolo delicatamente sul corpo del ragazzo, in particolare sul viso.

  Anche sua madre si unì alla ragazza: non vedendola rientrare ne aveva seguito l’odore fino al laghetto termale. Furono le provvidenziali leccate della bestia a risvegliare il ragazzo, che inizialmente fu colto alla sprovvista e cercò di indietreggiare spaventato. Ma era troppo debole per muoversi e capì subito che non erano un pericolo per lui, anzi lo stavano aiutando, poi svenne nuovamente.

  Tempo dopo, quando si fu ripreso, il ragazzo si avventò su un pezzo di carne arrostito nella caverna della bestia e della ragazza. Cercò poi di raccontare la sua storia, servendosi di qualche disegno nella neve e un’infinità di gesti con braccia e mani. Considerato diverso perché muto, non era mai stato accolto dalla sua tribù, ma veniva tollerato perché figlio del capovillaggio. Alla morte del padre però, il ragazzo era stato scacciato e malmenato affinché non facesse più ritorno. La ragazza annuì ai vari gesti del ragazzo, riuscendoli a comprendere, ma rispondendo semplicemente con versi gutturali e ruggiti smorzati. E qualche ringhio.

  Ancora quattro anni passarono: la ragazza divenne una donna e il ragazzo un uomo. La donna e la bestia lo avevano ospitato all’interno della loro caverna e lui inizialmente aveva accettato, salvo poi costruirsi un piccolissima capanna nei pressi del laghetto termale, vivendoci da solo. La donna, l’uomo e la bestia condividevano spesso i pasti e nel corso degli anni la donna e l’uomo avevano imparato a conoscersi e ad amarsi. Lui aveva abbandonato ogni retaggio della tribù, diventando un selvaggio come lei, che a sua volta aveva imparato ad accettare la compagnia di un suo simile.

  Ma nella vita la quiete è sempre seguita da una tempesta che prima o poi, inesorabile, giunge. L’uomo era sceso di notte al villaggio per recuperare alcuni dei suoi oggetti dalla sua vecchia capanna, ma era stato scoperto e accusato di furto e anche se era riuscito a fuggire, un considerevole numero di uomini della tribù era sulle sue tracce. Era corso dalla donna e dalla bestia perché ricordava che, all’interno della loro caverna, aveva visto un fucile abbandonato. Era notte fonda. Sia la donna che la bestia si svegliarono prima ancora che si avvicinasse all’entrata della caverna: ne avevano riconosciuto l’odore. Non solo quello dell’uomo, ma anche quello della sua paura. A gesti, nel vano tentativo di spiegare cosa stesse succedendo, entrò, imbracciò il fucile ed uscì, smontandolo e rimontandolo per assicurarsi che funzionasse.

  Fiamme danzanti di fiaccole si avvistavano in lontananza, ai pendii della radura. La donna e la bestia erano confuse sul da farsi, ma erano pronte a lottare. Seguendo le impronte che aveva lasciato, gli uomini della tribù iniziarono a risalire la radura innevata. Ma non erano gli unici a camminare per quei pendii quella notte.

 La donna si armò con l’arco e insieme a sua madre lasciarono l’uomo all’entrata della caverna. Lui, non sapendo cosa fare, si acquattò dietro un piccolo cespuglio.

 Un’altra bestia e il suo piccolo stavano attraversando la radura, ignari di ciò che stava accadendo. Procedevano lentamente, con il passo felpato nella neve tipico della loro specie e quasi non badarono al gruppo di esseri umani che nel frattempo si muoveva verso di loro. Quando il gruppo con le fiaccole si accorse della bestia e del suo piccolo era ormai troppo tardi; il manto bianco si era mimetizzato perfettamente con l’ambiente circostante. Il gruppo ora doveva prendere una decisione: indietreggiare e ritirarsi, o combattere. Non fecero in tempo a scegliere qualcosa: una freccia dalla foresta colpì al fianco l’uomo più a sinistra che per il dolore e lo spavento fece partire un colpo dal suo fucile, sparando vicino alle zampe del piccolo. La bestia, vedendo l’aggressione al piccolo, saltò verso il gruppo, ergendosi su due zampe per sferrare zampate micidiali. Avrebbe fatto di tutto per proteggere il suo cucciolo.

  Alla destra del gruppo la bestia, madre della donna, scattò nella loro direzione, mettendosi anche lei su due zampe e sferrando artigliate che sbalzarono via uno dei cacciatori. Della quasi ventina di persone che componevano il gruppo alcuni cercarono la fuga, mentre altri imbracciarono velocemente i fucili per rispondere all’assalto. Più colpi centrarono la bestia con il piccolo, ma questa continuava a muoversi ferendo chiunque gli capitasse a tiro.

  La donna intanto si era avvicinata di soppiatto al gruppo e, sfoderato il pugnale d’osso, infilzò tutti quelli che cercavano riparo nella sua direzione.

  L’uomo, sentendosi in colpa per aver portato lì gli esseri umani, decise di farsi coraggio e lanciarsi nello scontro. Provò a sparare più volte, ma il fucile era troppo malandato e vecchio perché potesse funzionare così, totalmente immerso nel turbine di colpi, corpi e sangue, cercò di dare il suo contributo usandolo come mazza. Riuscì a tramortire uno degli uomini, ma venne atterrato dal corpo di un altro scagliato di lato da uno dei due mostri. Se lo tolse di dosso, rendendosi conto che era il capo dei bulli che lo avevano costretto all’esilio. Fece per colpirlo, ma un altro uomo lo tirò via, gettandolo a terra, lasciando il tempo al capo dei bulli di rialzarsi, recuperare il fucile e sparare un colpo. L’uomo crollò nella neve immerso in una pozza del suo stesso sangue.

  Nell’assistere alla scena, la donna urlò per il dolore e si lanciò con fervore verso gli uomini rimanenti guidata da una furia che fino a quel momento non aveva mai conosciuto. La bestia sua madre, vedendo la figlia infervorata e nel pieno della lotta, ruggì possentemente a sua volta e divenne più rapida e furiosa nello sferrare le sue micidiali artigliate.

  A battaglia finita nessuno del gruppo di esseri umani era riuscito a salvarsi o a scappare; erano tutti morti. La donna e la bestia sua madre erano ricoperte di sangue, ma in gran parte non era loro. Se l’erano cavata entrambe con ferite superficiali. Insieme a quella distesa di corpi, anche l’altra bestia, quella con il piccolo, giaceva distesa inerme nella neve inzuppata di rosso. La donna prese tra le braccia il corpo dell’uomo e scoppiò a piangere lacrime che contenevano un dolore che non riusciva a sopportare.

  Nel frattempo il cucciolo si avvicinò alla madre guaendo, cercando di comunicare con lei. Riversa nella neve di lato, la madre del piccolo sbottò un flebile ruggito, simile a un rantolo di addio, poi morì.

  Assistendo alla scena la donna lasciò il corpo dell’uomo, si asciugò il viso con il braccio e si mosse lentamente verso il piccolo insieme alla bestia sua madre. Prese il cucciolo, che ancora guaiva vicino al corpo dell’altra bestia e se lo mise in grembo, notando una piccola rientranza all’altezza del basso ventre: era una femmina. Se suo padre fosse stato lì presente in quel momento e fosse stato in grado di vedere in quell’oscurità affievolita solo dalla luna piena, avrebbe visto qualcosa che nessuno avrebbe mai immaginato. Gli occhi della bestia, della cucciola e della donna divennero grigi per un momento, contemporaneamente. Ora erano una famiglia.

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