Jessica

Jessica Capraro

Questo racconto è tratto da Settenotti: Anniverse

Au revoir

Gli ultimi raggi di sole si stavano finalmente ritirando, oltre gli alti edifici candidi sormontati da tetti scuri e squadrati. Il cielo era striato di blu, arancio e scie violacee, mentre le calde luci dell’interno delle case occhieggiavano dalle finestre rettangolari.
Parigi cominciava ad essere vissuta con una calma quasi soporifera, complici le rigide temperature dovute al gelido gennaio e lo stanco ritmo del giovedì pomeriggio.
Una figura snella si stagliava, immobile, davanti alla piramide del Louvre: una ragazza, che fissava la struttura di vetro e metallo con un tale trasporto da sembrare quasi si trattasse di amore. Gli occhi verde chiaro erano tondi e dolci, la pelle candida, e lisci capelli castani le incorniciavano il volto aggraziato. Era avvolta in una sciarpa color caramello, che si sposava alla perfezione con il cappotto color crema.
Il cielo andava scurendo e, al contempo, la luce irradiata dalla piramide indorava ciò che la circondava, riflettendosi sullo specchio d’acqua che riposava ai suoi piedi.
Il vento portò con sé il suono delle campane e la giovane si riscosse, come se avesse ricordato qualcosa. Schioccò un bacio in direzione del museo, poi corse lungo il marciapiede, attraversò Pavillon de la trèmoille e proseguì lungo la via, tagliando la strada principale.
Si avviò lungo il pont du Carrousel, già con il sorriso dipinto sul volto, e dall’altro lato scorse una figura che ben conosceva.
L’uomo sorrise a sua volta: l’aveva scorta da lontano dato che la stava aspettando, come sempre.
“Mon petit lapin, sei sempre più bella, sai?” la salutò lui, con la voce di velluto.
Lei rise, fermandosi a pochi centimetri da lui, fissandolo con trasporto. Poteva riconoscere ogni ruga sulla bella pelle di cannella, le sopracciglia folte e candide, così come i capelli brizzolati e scompigliati schiacciati sotto la bombetta nera. Le emozioni si agitavano nel suo petto e avrebbe voluto dire così tante cose, ma il cuore sembrò scegliere per lei.
“Mi sei mancato”, disse.
L’uomo sorrise, l’amore impresso negli occhi, e con un elegante gesto invitò la ragazza a procedere al suo fianco.

Camminando lungo le sponde dell’affascinante Senna, sulla cui superficie si rispecchiavano le calde luci dei lampioni stradali, le ore vennero consumate con spontanea leggerezza, scandite da chiacchiere inerenti a tante cose: il lavoro, le speranze, gli amici, i sogni.
L’uomo aveva un portamento elegante, nonostante per camminare si appoggiasse ad un bastone di mogano dalla squisita fattura, e sovente ammiccava un sorriso ogni qualvolta si udiva della musica.
Parigi ne era sempre piena.
Alle volte si percepiva appena dentro all’abitacolo di una macchina di passaggio, altre sgusciava fuori dalle porte automatiche di un negozio, o ancora si srotolava come un filo che partiva dall’ingresso della metro.
“Uno dei piaceri che più mi manca, sai?” commentò con un sospiro.
Gli occhi della ragazza si intristirono per un istante, ma poi vennero rischiarati da un pensiero.
La vita ama quelli che la amano, ricordi?” chiese.
“Pierre Seghers, certo. Perciò stai continuando a leggere, ne sono lieto.”
“I tuoi libri sono uno dei tesori più preziosi che ho la fortuna di avere.”
L’anziano ridacchiò soddisfatto, poi aggiunse: “Se la vita non è che un passaggio, in questo passaggio seminiamo almeno dei fiori.”
“Montaigne, giusto?” chiese lei, ottenendo un divertito cenno di assenso.
Era un gioco che amavano fare da tanto tempo, ma nessuno dei due sembrava averne mai abbastanza.
Lei citava una frase e l’altro ne indovinava l’autore, e via così, invertendosi e creando un intarsio di letteratura ornata da poesia.

Fin troppo presto il cinguettio degli uccellini anticipò i primi raggi dell’alba.
I rami degli alberi vuoti dondolavano sotto il vento gelido mentre i primi lavoratori abbandonavano le loro case, assonnati e infreddoliti. La città andava lentamente risvegliandosi, ognuno preso dal vortice della propria assidua quotidianità. Un’altra giornata stava per avere inizio, ma non per tutti si trattava di un giorno qualunque.
La ragazza avvertì un nodo in fondo alla gola scenderle nel petto e serrarsi. Si fermò, fissando il marciapiede.
“Mon petit lapin, non essere triste, te ne prego.”
Lei sollevò lo sguardo, osservando l’uomo issarsi con leggerezza sul cornicione del pont National. La guardava con un misto tra dispiacere e affetto, la bombetta quasi invisibile sotto i primi timidi raggi del sole.
“Ricorda, la vita è un libro in cui a ogni passo cambiamo pagina.”
“De Lamartine, vero?” disse lei, sforzandosi di sorridere.
“Oui, bravissima come sempre. Non smarrire mai quello splendido sorriso, intesi?”
La ragazza annuì e l’anziano sembrò rasserenarsi.
“Bene, io mi sono attardato fin troppo. Al prossimo anno, mon lapin.”
Dettò ciò, l’uomo si sfilò la bombetta e si esibì in un elegante saluto, poi saltò giù, verso l’acqua gelida.
Non si udì alcun suono: non un tonfo, né acqua smossa.
L’alba era ormai sorta, illuminando la città.
La giovane si sporse, osservando la Senna con occhi inumiditi.
“Al prossimo anno, nonno.”
Come in risposta, una folata di vento, come una carezza, le sfiorò una guancia.
Da qualche parte, si udì il suono delle campane.

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