Manuel

Manuel Caliandro

Monday at work

La pioggia scrosciava sull’ombrello di Stacy che, in attesa del bus, non sembrava curarsi dello splendido rumore che il tutto produceva. L’acqua scivolava violentemente lungo le strade di New York, formando piccoli ma ambiziosi fiumi lungo i lati della via che vedevano i loro sogni infrangersi sul fondo di un tombino.

Ma di questo Stacy non si curava. “Saturday in the Park” dei Chicago le urlava dritto nelle orecchie che la giornata sarebbe stata piena di persone che cantavano e ballavano. “Chiaramente Spotify non controlla le previsioni” pensò la ragazza mentre cambiava canzone. Fece appena in tempo a trovarne una più adatta alla situazione, quando il bus che l’avrebbe portata al suo ufficio girò l’angolo, palesandosi alla sua vista.

Mentre il mezzo si fermava, Stacy lanciò una piccola preghiera a qualsiasi forza superiore si trovasse in quel momento in cielo, “Ti prego, fa che non sia completamente pieno”. Ma a quanto pare gli Dei quel giorno erano occupati, e quando l’autobus si fermò davanti a lei, la ragazza poté constatare come fosse ancora più pieno del solito. Dopo un attimo di sconforto, Stacy inizio l’arduo compito di farsi spazio in mezzo alla folla.

Cercando disperatamente di non bagnare nessuno con l’ombrello, la ragazza trovò un angolino dell’autobus miracolosamente vuoto, e vi si piazzò. “Sunny Afternoon” dei Kinks le risuonava nelle orecchie, ma Stacy era troppo affannata per far caso all’ironia della situazione.

Il viaggio si dimostrò più sopportabile del previsto, e al raggiungimento della sua meta, Stacy aveva quasi dimenticato gli affanni della mattina.

Incurante della sbornia che la ragazza aveva preso la sera prima, la sveglia era stata severamente costante. Stacy l’aveva spenta maledicendo la sua, purtroppo efficiente, previdenza e aveva dovuto aspettare più del solito che il suo cervello iniziasse davvero a funzionare.

Al passare del sonno e del mal di testa, un’altra sensazione si era fastidiosamente fatta spazio nella mattinata di Stacy. Una leggera inquietudine, un sentore di aver tralasciato qualcosa. La ragazza aveva passato tutta la consueta fase preparatoria della giornata con quella sensazione spiacevole, che poi però si era mescolata al resto delle sensazioni spiacevoli, come il sapere di dover affrontare quell’esatto viaggio in pullman.

Ed è esattamente scendendo dal bus, che quell’emozione così familiare rifece capolino nella testa di Stacy. La ragazza si fermò sotto una tettoia per controllare di avere tutto nella propria borsa, sicura di aver dimenticato qualcosa di importante, ma non trovò alcuna irregolarità. Con un lungo sospiro, Stacy si arrese alla consapevolezza che a volte la sua psiche potesse essere un po’ sadica, e riprese il percorso.

Accompagnata dalla musica, il centinaio di metri che la separava dal grande edificio di vetro e cemento di cui il suo ufficio prendeva una piccola percentuale scorse veloce. La pioggia continuava incurante a scrosciare sulla città, e Stacy si trovò a sperare che il suo percorso diventasse ancora più breve di quanto non fosse.

Forse per questo quando arrivò al palazzo che era la sua destinazione, cercò la salvezza dal bagnato prima di leggere la nota appesa davanti alla porta, e rimase stupita quando questa pose una ferrea resistenza al suo cercare di aprirla. Dopo qualche minuto di sbigottimento, gli occhi della ragazza finalmente registrarono la cartellina appesa alla maniglia che aveva appena tentato di tirare.

La ragazza lasciò andare un imprecazione insieme a un sospiro, un misto di rabbia, frustrazione e in fondo un po’ di senso di libertà. Quella che si provava da bambini durante i giorni di nevicata in cui le scuole rimanevano chiuse. 

Stacy prese il telefono in mano, cambiò musica e decise che forse quel giorno “Saturday in the park” in fondo non era così sbagliata. 

La nota, ignara di tutto, continuava a dichiarare:

“Oggi chiusura aziendale causa anniversario della fondazione”

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